Non so se è per via di esperienze personali o se davvero è così, ma se dovessi pensare a un grande tema degli ultimi anni, forse addirittura il tema portante degli anni ’10 o almeno del periodo a cavallo tra questa decade e la prossima, credo avrei ben pochi dubbi nell’indicare la salute mentale.

Sarà per via di quel fenomeno per cui quando prendi un cane ti rendi conto di quanta gente attorno a te abbia un cane, ma davvero sembra che non ci sia nessun tipo di conversazione o prodotto culturale che possa esimersi dal fare i conti con i dilemmi e i problemi che ogni appartenente alla mia generazione e a quelle successive sembra portarsi dentro.

Tra musicisti che si suicidano, personaggi pubblici molto in voga che non fanno mistero di aver sofferto di depressione, attacchi di panico o simili anche in maniera invalidante e film e serie i cui protagonisti mostrano senza girarci attorno chiari sintomi di disturbi psichici e applicazioni legate alla salute mentale che vincono il premio di miglior applicazione del 2018 dell’iTunes store, sembra davvero che non sentirsi a posto nei propri panni non sia più un argomento tabù, ed era anche ora, aggiungerei.

“Film e serie che parlano di disturbi mentali”, quindi, si diceva: l’argomento di questo post, è, per l’appunto, uno di questi, o lo è almeno in parte.

Parlando di un prodotto di intrattenimento che tratta temi profondi è sempre difficile valutare il valore, appunto, di intrattenimento e quello profondo: è chiaro a tutti che da una serie di Netflix non ci si aspetta il dettaglio e la precisione di un paper accademico nel descrivere un disturbo mentale ma, piuttosto, di passare qualche ora leggera e magari avere qualche stimolo per riflettere su argomenti non banali: Russian Doll lo fa?

Per quanto mi riguarda direi di sì, e lo fa particolarmente bene perché non è, a differenza di tanti prodotti di intrattenimento di massa, troppo didascalica ma anzi, si presta molto a interpretazioni diverse: il Guardian, per esempio, ne dà una diversissima dalla mia tirando in ballo un tema di fondo completamente diverso, e anche altre persone con cui ne ho parlato ci hanno visto qualcosa di diverso da quello che ci ho visto io, ma in fondo nel 2019 in cui la maggior parte dei film o delle serie deve tener conto del redneck americano che non capisce un cazzo e spiegargli tutto per filo e per segno tenendolo per manina lo spazio lasciato libero perché lo spettatore ci aggiunga qualcosa di suo per quanto mi riguarda è assolutamente qualcosa di positivo.

Questo non significa che Russian Doll sia una serie tirata via che abbozza cose a caso e lascia allo spettatore il compito di unire i puntini, tutt’altro: è una serie molto curata, che proprio come le matrioske del titolo sembra una cosa in superficie e poi ha diversi livelli di lettura uno dentro l’altro.

A prima vista sembra una commedia con una premessa molto semplice, un giorno della marmotta con gli hipster, però poi forse diventa una commedia romantica, però poi diventa un drama che vuoi sapere assolutamente come finirà, però poi diventa un drama ambientato nei traumi passati della protagonista e il suo viaggio a ritroso per superarli, sbucciando un livello per volta della matrioska per arrivare a quello più interno esattamente come fa un processo di terapia.

Se la dialettica “commedia vs. parliamo seriamente dei disturbi mentali” vi ha fatto venire in mente un grandissimo caposaldo della cultura contemporanea come Bojack Horseman, non sbagliate: siamo assolutamente in quella zona lì, con un tipo di umorismo diverso in superficie ma con lo stesso tono, più a fondo, e credo non sia un caso che tra le sceneggiatrici di Russian Doll, scritta da un team interamente femminile, compaia Amy Poethler, la moglie di quel Will Arnett che, guardacaso, presta la voce all’uomocavallo che negli anni novanta era in uno show televisivo molto famoso.

Ok, il paragone con Bojack è impietoso, in fondo una grossa parte delle serie e dei prodotti culturali degli ultimi anni fa una figuraccia di fronte a picchi di scrittura come quelli dell’uomocavallo, ma è anche vero che si sta mettendo a confronto una stagione da otto puntate da mezz’ora con un corpus molto più vasto, ma proprio per il fatto che, in totale, Russian Doll dura meno di cinque ore direi che potete tranquillamente farvi lo sbattimento di guardarla, e poi parlarmene, che io qui non voglio spoilerare ma nelle ultime due-tre puntate ci sono spunti per discussioni che potrebbero durare settimane.


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