Gradle ha ormai soppiantato Maven praticamente del tutto ed è diventato lo standard de facto per le build in tutto l’ecosistema Java e JVM-based: siccome i processi di build sono in assoluto uno dei miei argomenti preferiti, se non si fosse capito, ho passato una buona quantità di tempo a giocarci e ho scoperto un paio di trick interessanti che permettono di rendere più veloci le build.

Build più veloci = tempo di round-trip tra quando scrivete il codice e quando lo eseguite più rapido = vita migliore, vi ricordo, quindi qualunque investimento fatto per rendere più veloce anche solo di qualche secondo una cosa che fate dozzine di volte al giorno è assolutamente degno di esser fatto.

Caching degli artefatti

Una build di Gradle, in realtà, è costituita da una serie di step e da una serie di moduli, ma è relativamente raro che sia necessario ribuildare veramente tutto: se il vostro progetto è composto da più sottoprogetti, al contrario, è facile che ne modifichiate uno per volta, e che non sia necessario ricompilare e rieseguire i test sugli altri.

Anche se questa cosa sembra assolutamente intuitiva, non è attiva di default su Gradle, ma va accesa esplicitamente aggiungendo a un file gradle.properties una riga che dica org.gradle.caching=true.

Così facendo, Gradle ricompilerà solo i moduli che vanno effettivamente ricompilati, prendendo dalla cache quelli che non sono stati modificati: soprattutto in ambiente locale, in cui ribuildate a ogni micromodifica, il vantaggio è evidente e consistente.

Build in parallelo

In questo caso, i benefici si notano maggiormente sui progetti composti da più moduli, ma di nuovo: per default, Gradle esegue le build in sequenza e in ordine alfabetico, a meno che un modulo non dipenda da un altro; nel mondo moderno, però, i computer hanno svariati core, ed è bene usarli tutti assieme, per cui, nello stesso gradle.properties di prima si può aggiungere una riga che dica org.gradle.parallel=true e BAM! per magia la compilazione, i test e quant’altro verranno eseguiti in parallelo, rendendo potenzialmente ancora più veloci le vostre build.

Occhio, però, a quel “potenzialmente”: il parallelismo è un grande potere, e da esso, come sapete, derivano grandi responsabilità, e non è detto che accenderlo risulti necessariamente in un vantaggio.

Innanzitutto, su macchine non carrozzatissime come quelle che spesso offrono i servizi di CI/CD as a service tipo quello di cui raccontavo qui, è possibile che cercare di eseguire più task contemporaneamente con risorse limitate generi solo un sacco di context switching, col risultato che le build finiscono per essere più lente quando eseguono cose in parallelo che quando lo fanno in sequenza, ma non è tutto.

Il parallelismo, infatti, è una di quelle cose in grado di introdurre i famigerati heisenbug, quei bug che si verificano solo randomicamente e sono praticamente impossibili da riprodurre in maniera deterministica, soprattutto se non siete stati attenti a gestire eventuali dipendenze tra i moduli del vostro progetto.

Se, per esempio, uno dei vostri moduli ha bisogno dell’output della build di un altro modulo ma non avete specificato che la sua build dependsOn l’altra, rischiate di trovarvi le build rotte randomicamente: per fortuna, Gradle sa di questa possibilità e mette a disposizione un tool molto bello per debuggare questi casi.

Lanciando la build col parametro --scan, infatti, Gradle creerà una fantastica pagina ricca di informazioni tipo queste:

Sì, ho chiaramente un problema con frontend:buildClientLocal.

Assolutamente indispensabile per capire quanto tempo richiede ciascun task, in che ordine vengono eseguiti e quali si possono parallelizzare.

Insomma, è vero che Gradle è ormai uno standard de facto e che le impostazioni di default sono più che valide per la maggioranza dei casi, ma è vero anche che ci sono alcuni quick wins che si possono mettere in pratica per ottenere vantaggi anche piuttosto sostanziosi.

Categorie: Nerd

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