Il tiro a giro dall’angolo dell’area di Del Piero, la maledetta di Pirlo, il tiro con le tre dita di Roberto Carlos, l’esultanza di CR7.

Jeff Mills che mette “The Bells”, Laurent Garnier che mette “The Man With The Red Face”, i Chemical Brothers che fanno “Hey Boy, Hey Girl”.

La risata di Eddie Murphy, la faccia da pazzo di Jack Nicholson, Van Damme che fa la spaccata.

La cipolla caramellata di Oldani, il tuorlo d’uovo di Cracco.

Nel basket, ce ne sono a tonnellate: lo stepback di Harden, il tiro con la sgambata di Nowitzki, il crossover di Iverson, il Dream Shake, fino ad andare indietro allo skyhook di Kareem.

I grandi artisti, spesso, hanno una mossa speciale, che magari hanno inventato loro, oppure hanno solo perfezionato, ma che sai che è la loro cifra stilistica, è quello che fanno loro, ha quel sapore rilassante perché sai che te la puoi sempre aspettare ma comunque ogni volta è come la prima volta.

Anch’io ho la mia signature move: io mi odio.

Non importa cosa succeda fuori o dentro di me, la conclusione è sempre, invariabilmente, un dialogo interno che si risolve in qualche declinazione di “sei un povero coglione”.

Non so perché succeda, non so come funzioni né da dove arrivi: ci sto lavorando da un po’ per capirne di più, ma la realtà è che il massimo a cui posso aspirare è imparare a riconoscere quel dialogo interno prima che arrivi, o prima che diventi devastante, imparare a dirmi “ah, sì, lo conosco, fa sempre così” e concentrarmi su altro.

Un pochino ho imparato a farlo, se non altro in occasioni poco importanti (sono riuscito a smettere di dirmi quello che mi dico di solito giocando a calcio, è stato veramente strano), ma comunque so con assoluta certezza che quel dialogo interno lì arriverà, sempre, comunque, in qualunque situazione o contesto.

Anche mentre scrivo queste paggine, in un angolino, la sento quella voce che dice “sì vabbè ma che cazzo lo scrivi a fare, resti comunque sempre il solito povero coglione e sei pure presuntuoso perché pensi che a qualcuno possa interessare”, e non mi riesce così semplice contraddirla, ma ormai ho iniziato e finisco, quindi toh voce, suca.

La questione, più che altro, è che capisco, o almeno immagino, che questa cosa sia assolutamente aliena e inconcepibile per un sacco di persone, più che altro perché, come ogni signature move che si rispetti, io lo faccio da così tanto tempo e così spesso che per me è diventato assolutamente alieno e inconcepibile pensare che si possa fare diverso; faccio fatica a capire come fanno le persone che si accettano, quando non le invidio del tutto.

Capisco, o almeno immagino, che sia difficile da capire dall’esterno, anche perché questa stessa è una cosa di me che detesto (fan dei fan delle strutture ricorsive: detesto il fatto che mi detesto) e quindi, negli anni, ho imparato a nasconderla e a cammuffarla in mille modi diversi:

Quando faccio delle cose fighe (e ok, ne faccio, anche in abbondanza) il 99% delle volte è un disperato tentativo di detestarmi un po’ meno, e il 101% delle volte fallisce.

Quando qualcun altro mi mostra dell’apprezzamento, o peggio ancora dell’affetto, lo trovo così assurdo e impossibile che la prima reazione è questa:

Peraltro, questa è la signature move di Arnold.

La seconda è “sicuramente questa persona vuole qualcosa in cambio da me, è impossibile che mi stia apprezzando, oh merda devo assolutamente capire cosa vuole da me PANICO”.

Quando faccio qualcosa di sbagliato (e ok, ne faccio, in grossa abbondanza), non ho davvero bisogno che mi si dica “oh zio, guarda che questa cosa è sbagliata”: nel 99% dei casi lo so già, e me lo sono già detto in maniera molto meno gentile.

Quando faccio qualcosa di sbagliato, nel 99% dei casi, è quella voce lì che nel ricordarmi che sono sempre, comunque, invariabilmente, un povero coglione dice anche che vabbè, tanto vale fare degli errori, tanto vale buttare all’aria tutto, tanto vale lasciar perdere, meglio così anzi, così gli altri non avranno occasione di rendersi conto del povero coglione che sei.

Ecco, forse la differenza tra le signature move dei grandi artisti e la mia è che le loro sono dei superpoteri, delle cose che sanno fare meglio, di più e che danno loro una possibilità in più, mentre la mia è una signature move che mi ha segato e mi sega le gambe, quotidianamente, sabotandomi e vessandomi dall’interno.

Se non è una cosa da povero coglione questa.

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