Le mie partite

Liberamente ispirato da questo post della testata sportiva migliore in circolazione attualmente, scritto dal direttore e cofondatore himself, che quindi scrive di calcio infinitamente meglio di me by design, ma che comunque mi ha fatto piangerone con quel post lì e mi ha fatto ripensare ai miei ricordi di calcio.

Non ho mai giocato a calcio sul serio né sono mai stato davvero davvero appassionato di calcio, il calcio non è mai stato la mia prima passione o il mio primo hobby, è sempre stato uno dei miei passatempi, eppure ripercorrendo la mia vita calcistica ci sono alcuni episodi che mi sono tornati in mente immediatamente e che, forse, dicono tanto di me.

1.

Ho otto anni, gioco a calcio da poco, perché sono i primi anni novanta e le scuole calcio per i bambini sotto gli otto anni non esistono ancora, non dove abito perlomeno; prima di giocare a calcio come tutti i bambini maschi italiani, quindi, ho dovuto giocare a basket fino, appunto, agli otto anni, quando finalmente ho potuto iscrivermi alla scuola calcio del paese dell’hinterland milanese dove abito.

Non capisco granché di come funziona il gioco, ma mi diverto un sacco, faccio amicizia con degli altri bambini, quando piove durante gli allenamenti mi riempio di fango e vado in doccia vestito; giocherò nella stessa squadra praticamente per sempre, e una volta smesso di giocare allenerò, nella stessa società, per altri quindici anni, ma non saltiamo troppo in avanti.

A una delle prime partite della mia carriera da calciatore, o forse non una delle prime, non ha importanza, caso vuole che l’allenatore non ci sia, e che quindi la formazione la facciano i dirigenti accompagnatori.

Per me all’epoca sono dei personaggi leggendari che ci aiutano ad allacciarci le scarpe e ci danno le caramelle prima e dopo le partite; solo poi, anni dopo, scoprirò che sono solo dei padri di altri giocatori molto volenterosi.

Nella formazione disegnata dai dirigenti accompagnatori io gioco terzino destro, e un mio caro amico d’infanzia, con cui giocherò per molti anni e che diventerà molto più forte di me, e che i casi della vita hanno reso il padre di uno dei migliori amici di mio figlio, gioca terzino sinistro.

Ma io sono mancino, e lui è destro.

È il ’91, o il ’92, gli esterni a piede invertito non li hanno ancora inventati e noi, a otto anni, siamo ancora assolutamente schiavi degli stereotipi del calcio giovanile per cui il bambino grasso sta in porta, il bambino forte gioca davanti, il bambino grosso che calcia forte gioca in difesa e spazza tutto quello che gli passa davanti, e soprattutto, il mancino gioca a sinistra.

È la prima volta che, timidamente, alzo la mano e prendo parola con un adulto per dire che no, guarda, forse ti sbagli, è meglio che giochi io a sinistra e lui a destra.

Non mi ricordo granché di quella partita, ma giocherò a sinistra per anni, come prevedono lo stereotipo e il fatto che mancini, in squadra, siamo in tre quando va bene.

Quando nei primi anni novanta eri mancino, potevi giocare sereno senza la pressione di alcun paragone ingombrante.

2.

Ho quindici anni, o forse sedici, gioco a calcio da praticamente sempre e la mia squadra, che è la stessa di quando ne avevo otto e sarà sempre la stessa, fa cagare da praticamente sempre.

Non ho troppa voglia di giocare a calcio, vado agli allenamenti e alle partite senza una motivazione migliore di “perché mi ci porta mia madre”, ma quest’anno abbiamo cambiato allenatore e c’è il solito entusiasmo di inizio stagione destinato a spegnersi malamente alla prima goleada subita, che però non arriverà.

Non si sa come, il nuovo allenatore riesce a motivarci, facendoci allenare per la prima volta tutti i giorni per tre settimane a settembre, e non solo costruisce un gruppo affiatatissimo, ma ci trasforma in delle macchine da guerra; tuttora non ricordo di essere mai stato così magro né di aver mai corso così tanto e così veloce come quell’anno, e tuttora non so come abbia fatto.

Ho avuto altri allenatori prima e dopo che hanno cercato di farmi fare la preparazione atletica come si deve, sempre senza successo.

Quell’anno, non si sa come, anziché prendere imbarcate colossali ogni sabato pomeriggio, a settembre pareggiamo delle partite, e poi ne vinciamo altre, e in un pomeriggio invernale abbiamo lo scontro al vertice in campionato, chi vince va in testa.

Ci sembra incredibile, e proprio per questo ci crediamo.

Io non ho una collocazione tattica precisa: ho sempre giocato a sinistra, vedi sopra, ma quest’anno ho iniziato la stagione da difensore centrale e a un certo punto l’allenatore mi ha spostato a fare la seconda punta, nel senso che lui è un fanatico del 4-4-2 e io gioco punta ma dei due davanti quello forte è l’altro; io chiuderò la stagione con sei gol, career high, inclusa una doppietta in una partita persa, ovviamente, 3-2.

Il piano tattico dello scontro al vertice è precisissimo, il mister ce lo dichiara già in spogliatoio: cerchiamo di segnare in qualche modo e poi mettiamo il pullman davanti alla porta (Mourinho era ancora di là da venire ma il senso era quello).

Verso metà del primo tempo, il nostro centrocampista lento coi piedi buoni segna su punizione dal limite, 1-0 per noi: il mister mi chiama, dalla panchina, e mi dice solo “vai a fare il centrocampista”.

Non so cosa devo fare di preciso, l’unica indicazione che ho è quella, devo inventarmi un ruolo: mi metto davanti alla difesa e recupero tutti i palloni che posso, forte della superiorità numerica in mezzo al campo (tutti giocavano col 4-4-2 all’epoca, un centrocampista in più era un vantaggio enorme) e di un senso per il gioco che scoprirò di avere molto più tardi.

A fine partita, mia madre, che non volevo mai venisse a vedermi perché pensavo portasse sfiga (sai che roba, perdevamo sempre comunque), mi dice che nel secondo tempo ero “ubiquo”; il lunedì, all’allenamento, l’allenatore mi fa i complimenti per aver intercettato un passaggio avversario e aver sparato la palla fuori dallo stadio, dando modo alla squadra di rifiatare e ricompattarsi, lodandola come una giocata estremamente intelligente.

A vent’anni di distanza, mi piace pensare di aver giocato così.

3.

Ho diciassette, forse diciotto anni. Abbiamo cambiato allenatore di nuovo e abbiamo ricominciato a perdere, meno di quando eravamo piccoli ma più di quell’anno in cui ci siamo giocati il primo posto e abbiamo finito il campionato quarti.

Gioco di nuovo a sinistra, alto perché non sono abbastanza concentrato e cattivo per giocare dietro ed esterno perché non sono abbastanza forte per giocare in mezzo al campo.

Il terzino che gioca dietro di me, che è uno dei tanti con cui gioco da quando avevamo otto anni, non vuole fare il terzino, vuole giocare difensore centrale, ma ne abbiamo già altri due.

Io so che lui vuole giocare centrale, perché regolarmente si sposta al centro e lascia una voragine sulla fascia che è anche mia, che tocca a me coprire in inferiorità numerica (il mondo, soprattutto quello del calcio giovanile in provincia, non ha ancora scoperto che esistono moduli diversi dal 4-4-2).

Un sabato pomeriggio, in spogliatoio prima della partita, il mister ci annuncia la formazione, e io, che forse avevo già le palle girate o forse ero in piena ribellione adolescenziale, gli chiarisco in maniera piuttosto assertiva che non ho intenzione di coprire il buco se il mio compare di fascia si sposta al centro.

Per tutto il primo tempo, dietro di me c’è la fossa delle Marianne, e sulla mia fascia ballo come Roberto Bolle.

L’arbitro fischia l’intervallo, mi avvicino alla panchina e intavolo con l’allenatore una conversazione assolutamente pacatissima, che mio padre, arrivato al campo con tutta calma a fine primo tempo, sosterrà di aver sentito dal parcheggio; gli urlo in faccia che non mi deve prendere per il culo, che non me ne frega un cazzo se quell’altro vuole giocare centrale, che se prendiamo dieci gol dalla mia fascia non è un problema mio.

Lui, che non è mai stato uno di quegli allenatori pacifici tipo Ranieri o Ancelotti, anzi, rimane tranquillo e non so come riesce a placarmi dicendomi “senti, facciamo così: tu adesso ti prendi quello lì e lo segui dappertutto, non pensare ad altro”.

Non ho idea di come sia finita la partita, probabilmente abbiamo perso, ma io gioco tutto il secondo tempo facendo quello che mi ha chiesto, il momento di ribellione adolescenziale mi passa, com’era arrivato, e io e l’allenatore non siamo mai più tornati sull’episodio ma abbiamo mantenuto un ottimo rapporto, al punto che quando ho iniziato ad allenare l’ho fatto facendo il suo secondo.

Anni dopo, Mandzukic dichiarerà di essere passato anche lui dal parcheggio del campo, quel sabato pomeriggio, e di aver imparato molto.

4.

Ho ventisette anni, non gioco più sul serio da un po’ ma alleno da cinque-sei anni, e gioco regolarmente a cinque: il livello è basso, ma a furia di giocare ho una condizione atletica appena decente che fa sì che mi sposti dalla posizione di “quello coi piedi storti che però vede il gioco e quindi gioca dietro” a “quello che vede il gioco e corre un po’ e quindi gioca davanti”.

Sono, o vorrei essere, quello che si potrebbe definire un centravanti di manovra: mi piace venire incontro e ricevere palla spalle alla porta per metter i compagni in condizione di segnare.

Questa è una delle costanti del mio modo di intendere il calcio: folgorato da Guardiola e da anni in cui spiego a bambini di cinque-sei-sette-otto anni che la palla non si butta mai via e che la cosa migliore che ci puoi fare è giocarla a un compagno, ho maturato la convinzione che l’assist, o meglio ancora l’hockey pass, il passaggio prima dell’assist, sia la giocata più nobile possibile su un campo da calcio, e che il gol sia, in fondo, una cosa volgare.

Un martedì sera di gennaio, vado alla solita partita a cinque, con altri ragazzi della mia età o giù di lì con cui ormai gioco abitualmente; gioco, come si diceva, davanti, nel ruolo di “quello che non è forte ma non si sa come ne mette sempre dentro un po’”.

A un certo punto, sono dove mi piace essere, a tre quarti campo, spalle alla porta, e sono venuto incontro per ricevere un pallone spiovente, che rimbalza quasi verticale; ho il difensore alle spalle, ma non lo percepisco come un problema, sono piuttosto grosso, ho preso posizione e ho abbassato il baricentro, ho io il controllo della situazione e sta a lui cercare di rubarmi la palla che rimbalza davanti a me.

Voglio giocare la palla di testa, in torsione, alla mia sinistra, verso l’esterno, dove so che ci sarà un mio compagno pronto a ricevere la mia palla nello spazio fronte alla porta e trovarsi davanti al portiere; colpisco la palla, ma il difensore alle mie spalle la voleva spazzare, ugualmente, di testa, e ci è andato molto convinto.

Prende il mio zigomo, che si accartoccia dentro la mia faccia.

“Che botta cazzo, l’ho presa proprio forte”, penso, tranquillo perché gioco da vent’anni, ne ho prese tante e date altrettante, so che succede, mentre mi porto le mani alla faccia e realizzo che metà della mia faccia, semplicemente, non c’è più.

Non sento dolore, non ancora, ma la paura la sento eccome.

Il superculo vuole che tra i ragazzi con cui gioco quella sera ci sia un radiologo del San Raffaele, che mi carica in macchina e mi porta in pronto soccorso al volo; passo una notte d’inferno, dopo la quale mi spostano in un altro ospedale perché lì non sanno cosa fare di me, dove mi operano in un modo piuttosto cruento che vi risparmierò e mi ricostruiscono la faccia, usando svariate placche di titanio alcune delle quali ho ancora addosso e mi terrò forever and ever.

Nell’impatto, mi schiaccio anche il nervo che attraversa la guancia, quindi perdo completamente la sensibilità della metà sinistra della faccia, e non si sa se mai la recupererò.

Mesi dopo, quando ormai ho ripreso ad allenare (ma non a giocare: mi ci vorranno tre anni per superare il trauma) e anche la sensibilità della faccia, cazzeggiando coi bambini di otto anni prima di iniziare l’allenamento mi arriva una palla alta e morbidissima a mezzo metro dalla porta: la sensazione di paura e liberazione assieme dopo averla, inevitabilmente, colpita di testa, aver sentito rinculare il colpo lungo tutta la guancia e aver realizzato che ero ancora tutto intero non la dimenticherò mai.

5.

Ho trentasei anni, non gioco più nemmeno abitualmente, ma vorrei farlo.

Ho passato momenti difficili, il mio ultimo anno ne è durati almeno una dozzina, ma dopo quasi due anni di terapia forse sto iniziando ad accettarmi e a detestarmi un po’ meno.

In un momento della mia vita in cui sto cercando di ricostruire equilibri e abitudini, giocare a calcio è un toccasana: è una cosa che mi piace fare e che so che mi fa bene, anche se ormai il giorno dopo aver giocato ho le gambe di cartongesso.

Un calcetto qualunque, un martedì sera qualunque, è esattamente quello che mi ci vuole.

Non gioco da un sacco, quindi non mi aspetto di essere Cristiano Ronaldo: voglio giusto sudare un po’ e riprendere contatto con le scarpe e il pallone.

Giochiamo al coperto, perché non sono l’unico anziano in campo, ma ciononostante dopo i primi due scatti ho un coltello piantato nello sterno e faccio fatica a ricordare come mi chiamo; gioco dietro, perché è il posto dove si corre di meno e comunque vedo ancora piuttosto bene il gioco, quindi è giusto che giochi lì e non davanti o in fascia.

L’attaccante avversario è molto più allenato di me e io vado in difficoltà: prendiamo un gol, poi un altro, poi un altro, quando ricevo palla per iniziare l’azione non riesco a farci niente di costruttivo e a ogni pallone sbagliato mi dico, anche ad alta voce, “madonna ma che scarso, non giochi un pallone giusto”.

Il gioco si interrompe per un attimo, e in uno di quei momenti di lucidità che non si sa da dove cazzo arrivino riesco a realizzare che non è per insultarmi che sono venuto a giocare oggi, ma per divertirmi, sfogarmi e fare una cosa che mi piace, e non la sto facendo

Mi sto solo smadonnando addosso da solo, e farlo non mi renderà di certo più forte, o più lucido nell’iniziare l’azione.

Mi dico “ma sì, vaffanculo, sei qui per divertirti, è l’unica cosa che conta”, come ho detto centinaia di volte ai bambini che ho allenato per quindici anni, e in effetti è quello che succede.

Arriva un pallone alto, spiovente, proprio come quello che ho imparato a temere dopo l’episodio dello zigomo, ma stavolta io sono il difensore e sono fronte alla porta; è una palla difficile da controllare, perché oltre a essere alta e sbilenca per giocarla devo spostare l’attaccante.

Prendo posizione con la spalla, lo sposto, abbasso il baricentro e gioco una palla semplice, di piatto, verso l’esterno, su un compagno libero, riordinando un momento di caos della partita.

Non è una giocata difficile, non è una giocata che sposta gli equilibri della partita, non è una giocata che da sola fa la differenza: è una giocata che, nel riordinare il caos della partita, dice al resto dei giocatori in campo, e soprattutto a me, che questo è quello che so fare, e che lo so fare.

Non sono un fenomeno, non sono nemmeno forte a giocare a calcio, il calcio non è il mio primo hobby né la mia prima passione, ma mi piace: ho visto, giocato e allenato abbastanza partite da sapere dove andrà la palla con un tempo di anticipo, e anche se non sono rapido come vorrei ci arrivo comunque spesso prima, la risistemo e la gioco, ordinata, ai miei compagni.

Questo è quello che ho imparato a fare in un campo da calcio, per loro e per me: osservo situazioni complicate, cerco di capirle in anticipo, risolvo il problema e riordino il gioco.

Vorrei essere uno di quei giocatori tutti estro che inventano cose pazze a cui nessuno penserebbe mai, invece la mia giocata è quella semplice, che placa la frenesia del momento, e nel farlo placa anche la frenesia delle bestemmie che mi viene da tirarmi addosso quando sbaglio.

Non sono un grande appassionato di calcio, non più della media degli italiani, eppure ho scoperto che nel modo in cui gioco, intendo e in cui ho allenato il gioco del calcio c’è tantissimo di me.

Ho giocato, male e a livelli infimi, per circa quindici anni e allenato per altri quindici, sempre nella stessa squadra: il direttore sportivo è lo stesso di quando avevo otto anni, come pure il presidente, a cui ho sentito fare lo stesso discorso alla festa di natale almeno venticinque volte; ho allenato il nipote del mio allenatore di quando avevo quindici anni, dei bambini che poi sono diventati allenatori e hanno allenato con me e un ragazzo che è andato in panchina in serie A.

Tuttora penso che il piede destro serva solo a stare in piedi e non cadere, come tutti i mancini.