È stata tutta colpa di Zio, una delle mie newsletter preferite degli ultimi tempi, che in ogni episodio spiega a noi anziani una cosa che piace ai giovani: c’è stato quello su Fortnite, su cui ero sufficientemente ferrato, quello su Tiktok, su cui me la potevo cavare, ma quello su Skam mi ha colto completamente alla sprovvista: che cazzo, mica posso sapere tutto.

Cos’è sto Skam? Lo spiega bene il post di Zio linkato sopra, ma per farla (molto) breve è un teen drama per gli zoomer scritto molto bene.

Instagram e Whatsapp sono strumenti fondamentali per lo sviluppo della trama, non sono buttati lì a caso solo per far vedere che siamo ggiovani, il che conferisce al tutto un’aura un po’ più realistica: poi non so dire al 110% se il lessico dei personaggi sia quello corretto, per il semplice motivo che ho vent’anni più dei protagonisti, però a me è parso abbastanza credibile.

Io l’ho vista su Netflix, che è come la potete vedere pure voi, ma non è il modo originale in cui è stata pensata per essere fruita: in origine, di nuovo, Instagram e Whatsapp erano preponderanti, nel senso che gli spezzoni delle puntate venivano distribuiti proprio su questi due canali, e che tutti i personaggi della serie hanno account Instagram molto ben costruiti e curati.

Oltre a questo, vista con gli occhi di uno che, come detto, ha vent’anni più dei protagonisti e del target di riferimento, affronta molto bene temi diciamo educational, come la contraccezione, l’omosessualità e problemi di relazione assortiti, e lo fa intenzionalmente: come cita Vincenzo nella sua newsletter, parlando dell’edizione originale norvegese,

The team even formulated a ‘mission statement’ which defined SKAM’s vision: to ‘help 16-year-old girls to strengthen their self-esteem by breaking taboos, make them aware of interpersonal mechanisms and demonstrate the rewards of confronting fear’”

E anche se a me che di anni ne ho quasi trentasette tutto sommato non frega granché del valore educational, è andata a finire che ho visto tre stagioni da undici puntate in poco meno di una settimana, per svariati motivi.

Questo è uno dei principali

Oltre a quel motivo lì che vabbè in fondo anche sticazzi, visto anche che è un personaggio che fino alla terza stagione è assolutamente marginale, il motivo per cui ci sono finito così sotto è che ok, è equivalente a quello che sono state per le generazioni precedenti le varie Dawson’s Creek o Beverly Hills 90210, il che non è un male di per sé ma serve giusto per aiutarvi a inquadrare il genere, ma:

  • è scritta bene: i colpi di scena ci sono e hanno il giusto equilibrio tra l’essere pronosticabili e non essere completamente prevedibili
  • è recitata degnamente: i vari giovinetti di turno sono abbastanza credibili e soprattutto, pur essendo ambientata a Roma, non hanno l’esigenza di strafare e l’overacting tipico della stragrande maggioranza degli attori italiani
  • dura poco: in fondo sono tre stagioni da poche puntate e ogni puntata dura venti minuti scarsi

In sostanza, con uno sbattimento tutto sommato contenuto, grazie anche a Netflix vi portate a casa una serie che non è niente male e vi levate anche un po’ di FOMO stando sul pezzo su una cosa che piace ai giovani.


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