Altra lettura che arriva dal book club dei miei amici dell’Internet, a cui ho deciso di dare fiducia nonostante il libro precedente fosse la merda, o forse proprio perché era una merda, che a stare dentro la propria comfort zone sono capaci tutti, e in questi giorni post mondiale ci vuole davvero tanto coraggio e tanta voglia di discomfort a leggere un libro argentino, dopo che gli argentini si sono dimostrati persone detestabili lungo tutta la durata del torneo.
Ma io dei miei amici dell’Internet mi fido, anche quando sono ferito dalla banalità di Benni e dall’antisportività di Paredes, quindi questo l’ho preso in biblioteca e letto di corsa, in un giorno e mezzo, mettendo anche in pausa un libro clamoroso - no spoiler - che stavo leggendo nel mentre.
E ho fatto bene, dai.

Non conoscevo minimamente Adolfo Bioy Casares, e pure aver scoperto che era tipo il BFF di Borges non è che abbia spostato granché la mia opinione, dato che non conosco granché neanche lui, e devo dire che non credo che correrò a leggere qualunque altra cosa i due abbiano scritto, eppure questo me lo sono proprio goduto, perché è corto il giusto.
Quello che leggiamo è il diario di un tizio che è finito non si sa bene come su un’isola sperduta in mezzo all’oceano sulla quale scopre di non essere da solo, ma le persone che sono con lui non sono quello che sembrano - e infatti pare che gli autori di Lost abbiano dichiarato esplicitamente che questo è stato una delle loro fonti di ispirazione - e il suo viaggio matto lungo la strada che lo conduce a capire chi diavolo sono “gli altri” e noi a capire chi diavolo sia Morel e che diavolo abbia inventato.
Il fatto che sia tutto raccontato in prima persona e che il protagonista / voce narrante si muova in un ambiente familiare ma esotico, riconoscibile ma alieno, ricorda un sacco un’altra opera che ho molto apprezzato di recente, “Piranesi” di Susanna Clarke: è chiaro per almeno tre quarti di libro che c’è qualcosa di sbilenco sull’isola, di poco chiaro, e capire esattamente cosa è una buona parte della spinta a leggere un’altra pagina, e poi un’altra e poi un’altra, anche perché il flusso di coscienza della voce narrante ha il livello di tensione giusto a farti passare la voglia di mettere giu il libro.
Quel cosa è poi - ovviamente, col senno di poi - il titolo del libro stesso, e non vi starò a dire in che cosa consiste effettivamente l’invenzione di Morel, ma mi limiterò a dire che per essere una cosa sostanzialmente fantascientifica del 1940 fa un lavoro degnissimo nell’essere scientificamente credibile e, soprattutto, come la letteratura fantastica scritta bene, nel dare a noi lettori una piattaforma su cui farci domande profonde, esistenziali, un “what if?” da cui parte un discorso sulla morte, sull’immortalità, sull’amore e su molte altre domande che le persone si fanno da sempre e a cui gli scrittori bravi danno risposte, o meglio ancora danno spunti per esplorare punti di vista diversi.
Gli scrittori bravi, alla fine, secondo me, quello fanno: tratteggiano mondi, danno spunti, non danno le risposte pronte, non spiegano a fondo proprio tutto tutto tutto tutto ma solo il giusto.
Uno scrittore scarso non ti dice tutto e lascia pezzi di storia appesi perché semplicemente non è capace, o non ha voglia, di finirli; uno scrittore bravo non ti dice tutto e non spiega nel dettaglio il prima o il dopo della storia perché ti fa capire che non è importante, che il focus è solo la parte che ti sta raccontando (come ci è finito su quell’isola il tizio? Sticazzi), oppure che lo lascia aperto perché sta a te interpretarlo come preferisci (il tizio è morto alla fine? Morel era lui? Sì, no, forse, dimmelo tu).
Gli scrittori scarsi sono pigri, gli scrittori bravi no e pretendono che non lo sia neanche tu - quelli davvero bravi sanno che non lo sei.
(Ok credo si sia capito che l’altro libro che sto leggendo è Gene Wolfe)
Adolfo Bioy Casares è uno scrittore proprio bravo.
Tre stelle e mezza su cinque.