Ho un rapporto ambivalente con Brandon Sanderson: da un lato vorrei leggerlo tantissimo, perché molte persone, anche completamente slegate tra loro, che di solito sono affidabili sono sue fan sfegatate, dall’altro le sue saghe da settecento libri di un miliardo di pagine ciascuno mi intimoriscono tantissimo.
Me la cavo leggendo, poco per volta, i suoi romanzi standalone, sapendo che mi perderò eventuali citazioni o riferimenti ai vari Mistborn e Stormlight archives del caso, ma sapendo anche che, di solito, restano comunque godibilissimi.
All’inizio di quest’anno ho letto Tress of the emerald sea e mi è piaciuto molto perché combina molto bene epica e umorismo, e i personaggi sono scritti in modo che ti ci affezioni facilmente, tutti quanti: di conseguenza, appena ho scoperto dell’esistenza di un altro romanzo interamente standalone, ambientato in un universo in cui sto maledetto che non sa stare senza scrivere due minuti non ha (ancora) ambientato altro, mi ci sono fiondato.
Cioè, dai: un Brandon Sanderson che promette di farsi leggere senza timore di perdersi niente e senza il rischio di ritrovarsi invischiati in una saga che ti porterà via tutta la vita? Imperdibile.

Il fatto, però, è che “The frugal wizard’s handbook for surviving medieval England” è un libro fuorviante.
Onestamente, io dal titolo e - lo ammetto - senza sapere altro, mi aspettavo una roba vagamente alla Terry Pratchett, un fantasy umoristico, con un po’ di sogghigni, della satira della società contemporanea e poco altro, e invece quella è solo la cornice, il contesto in cui è calata una storia che non c’entra assolutamente un cazzo.
La premessa del libro, già di per sè molto interessante, è il corollario all’assioma che “ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, secondo il quale “ogni uomo moderno sufficientemente istruito può diventare una divinità per quelli di un’epoca passata”: il fantasy umoristico di cui sopra è infatti la dimensione alternativa in cui si risveglia un tizio che non si ricorda nulla di sè, ma che ha impiantati dei device tecnologici assolutamente normali nel mondo in cui vive e miracolosi e soprannaturali nel mondo in cui è ambientata la storia.
Il fatto che non si ricordi chi sia tra l’altro è un ottimo dispositivo narrativo, perché nel ricostruire pezzo per pezzo la sua identità e nel prendere diverse cantonate in merito il protagonista cambia completamente opinione di sè e atteggiamento verso gli altri più volte, evolvendosi e facendo progredire la trama di conseguenza.
Questa cosa ti fa capire, come se ce ne fosse bisogno, che Brandon Sanderson, a furia di scrivere come un forsennato, è diventato, inevitabilmente, uno scrittore di gran mestiere, uno che potrebbe davvero tirare in piedi un romanzo completo tirando gli Story Cube: qui i dadi gli hanno detto “fantasy umoristico”, “multiverso”, “The Bourne Identity” (lo cita lui stesso nella postfazione) e lui ci ha ricamato attorno una storia che funziona da paura.
È un capolavoro della letteratura di tutti i tempi? No.
È un bel romanzo? Madonna sì.
È un buon punto di ingressso nello stile di Brandon Sanderson senza l’impegno del suo gigauniverso da un miliardo di pagine? Avoglia.
Consigliato, ma se poi fate prendere la mano, vi ritrovate invischiati nel Cosmere e perdete ogni rimasuglio di vita sociale non mi assumo responsabilità.
Tre stelle e mezza (abbondanti) su cinque.