Brian Jacques - Mattimeo

A quarantatre anni suonati, con un discreto quantitativo di libri letti, si potrebbe pensare che avessi imparato che non si giudica un libro dalla copertina, e invece.

Proprio come mi è successo con la serie di Blackwater, avevo notato i libri della serie di Redwall in libreria diverse volte, ma non li avevo mai presi, finché ho ceduto, complice il fatto che dopo Gene Wolfe avevo bisogno di qualcosa di un po’ più leggero e soprattutto il fatto che, diciamocelo, la copertina è davvero bellissima:

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Purtroppo però, è andata molto peggio che con Blackwater.

Se là si trattava di un librino leggero, che non mi ha fatto impazzire (ma che ha fatto impazzire la persona con cui ho la fortuna di condividere il tetto, che li ha letti tutti) ma che comunque si lasciava leggere volentieri, qua invece si tratta di un libro pessimo a voler essere gentili, e assolutamente problematico a uno sguardo più attento e approfondito.

Ma andiamo con ordine: Redwall è una serie che conta, apprendo da Wikipedia, ventidue libri, scritti per un pubblico tendenzialmente giovane tra gli anni ottanta e il 2011 e che raccontano le avventure fantasyeggianti di un gruppo di topini e altre creaturine del bosco: in questo libro, nello specifico, Slagar, una volpe, rapisce Mattimeo, il figlio del topo guerriero del villaggio, e un po’ di altri giovani per venderli come schiavi, perché - scopriamo durante il libro - ce l’ha a morte con l’abbazia di Redwall e i suoi abitanti, che gli avevano detto “sisi tranquillo ci prendiamo noi cura di te” e poi lo hanno abbandonato nella tana di un serpente, che lo ha morso e orribilmente sfigurato.

Seguiamo quindi contemporaneamente il viaggio di Slagar con i suoi prigionieri, del gruppo di abitanti di Redwall che li inseguono per liberare i piccoli, e di quelli rimasti all’abbazia che devono difendersi dal tentativo di invasione di un esercito di corvi, fierissimi guerrieri giunti dalle terre del Nord perché le visioni del loro veggente hanno parlato di una terra promessa in un palazzo di pietra rossa.

Ora, se ci avete fatto caso, ho raccontato le backstory dei cattivi e non quelle dei buoni: perché, mi chiederete? Perché i buoni, una backstory, non ce l’hanno.

Vivono a Redwall e cucinano tantissimo tutti i giorni, ovviamente piatti tendenzialmente vegetariani anche se i pesci si possono mangiare e anzi sono una delizia, ma non sappiamo un cazzo di loro oltre a quello che cucinano e che mangiano: non si sa perché siano lì, quali siano i loro valori, perché facciano quello che fanno, come l’abbiano imparato, quali siano le loro aspirazioni…sappiamo solo che sono i buoni perché Brian Jacques ci dice che sono i buoni e quegli altri sono cattivi.

Slagar, in particolare, è sostanzialmente Darth Vader: ha un grosso desiderio di vendetta, è il classico cattivo badass che non si fa problemi ad ammazzare a sangue freddo i suoi sottoposti ed è chiaramente fortissimo in combattimento, e ha persino il suo equivalente di Palpatine in Malkariss, solo che, a differenza di Darth Vader…viene sconfitto perché cade in un fosso, perché sai, i buoni non si sporcano le mani ad uccidere i cattivi, li sconfiggono perché sono i buoni ma uccidere no no no.

E quando dico “li sconfiggono perché sono i buoni”, intendo che non hanno davvero nessun’altra capacità: ogni volta che i buoni si trovano in difficoltà, puntualmente arriva qualche deus ex machina a tirarli fuori dai guai e a consentir loro di preservare lo status quo dell’abbazia.

In un mondo giusto durerebbero cinque minuti, ma qui devono vincere per forza perché sono i buoni, quindi arrivano puntualmente eserciti di toporagni, gufi poeti, nibbi giganteschi e altre bestie assortite a parargli il culo e a permettere loro di fare un’altra festa a base di torte e birra ottobrina nel loro walled garden.

Fin qui, però, siamo ancora in territorio “libro scritto male con dei protagonisti insopportabili e dei villain molto migliori che ti porta a sperare che i buoni vengano squartati malamend una pagina si e una pure”, ma avevo detto che a guardarci meglio è pure un libro problematico: in che modo?

È presto detto: i buoni sono topini, scoiattoli, tassi, ma anche toporagni, gufi, lepri e lontre, mentre i cattivi sono, come detto, una volpe, ratti, corvi, donnole, puzzole e cornacchie.

Sarà un caso?

No: nel libro - e, apprendo, in tutta la serie, che ovviamente non leggerò - viene detto chiaramente che essere buoni o cattivi dipende invariabilmente dalla razza con cui si nasce, per cui una volpe non potrà mai essere buona e un tasso non potrà mai fare niente di male.

Sostanzialmente, Brian Jacques è Oriana Fallaci.

Mezza stella su cinque e non lo dono neanche alla biblioteca per evitare che qualche bambino lo prenda in prestito e venga indottrinato da sta merda razzista, va dritto nel bidone della carta.