Charles Yu - Come sopravvivere in un universo di fantascienza

A Finalborgo c’è una libreria molto bella, e sapete tutti quanto mi piace vagabondare per le librerie e comprare cose abbastanza a caso, lasciandomi intortare dalle sovraccoperte, dalle quarte di copertina, dal design delle copertine e da mille altri fattori completamente casuali.

A volte va malissimo, stavolta è andata decisamente meglio.

La sovraccoperta parlava di un libro super metanarrativo, con un sacco di umorismo tongue-in-cheek per appassionati di fantascienza e la fantascienza stessa usata come pretesto per riflessioni profonde sulla natura umana, il libero arbitrio, i genitori, le cose…praticamente la roba mia.

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E, diciamocelo, l’ottimo Charles Yu, qui in veste sia di autore che di protagonista del libro, ha assolutamente mantenuto quello che prometteva nella sovraccoperta.

È effettivamente un sacco meta, perfino ergodico a tratti, quando Charles Yu del futuro dà a Charles Yu del presente un libro scritto da lui, che Charles Yu del presente modifica in diretta mentre lo legge e che altro non è che il libro che stiamo leggendo noi, perché lui, ma anche suo padre e sua madre, sono bloccati in un loop temporale dal quale non riescono, o non vogliono uscire.

E a quel punto, leggendo tra le righe, tra una modifica del libro, una cancellazione e qualche glitch, ti rendi conto che il tema del libro non sono le avventure di questo bizzarro tizio che viaggia nel tempo, con un cane immaginario e una IA che gli fa da compagna e crocerossina, alla ricerca di suo padre, non è neanche il concetto di loop temporale, il classico “what if” dei viaggi nel tempo: qui non stiamo discutendo di cosa succederebbe se tornassi indietro nel tempo per uccidere Hitler, stiamo discutendo di com’è, nel mondo reale, quella sensazione di sentircisi, intrappolati in un loop temporale, di percepire che qualunque cosa si faccia non cambia niente, che in fondo non è che stiamo proprio scegliendo intenzionalmente di fare, o non fare, quello che facciamo, o che non facciamo, e anche se decidiamo di vivere la vita in modo più intenzionale non è esattamente come dirlo.

Insomma, parte come un cinoamericano che cerca di risistemare la sua famiglia e finisce come una riflessione sull’autodeterminazione e il libero arbitrio passando per il conflitto col padre.

Oppure, in altre parole, parte come “Everything, everywhere, all at once” e finisce come il finale di Evangelion.

Gli manca un po’, sul finale, la spinta catartica che hanno sia il finale di Evangelion che il finale dei quattro film postumi di Evangelion, ma glielo concediamo, perché uno dei temi del libro è proprio che le grandi sceneggiate catartiche in fondo non esistono mai davvero, e la vita è fatta di piccole scene insignificanti.

Tre stelle e mezza su cinque.