Di China Mieville ho già letto (“La città e la città”, molto bello) e vorrei leggere ancora, e Keanu, beh, è Keanu, e non si può non volergli bene, per cui quando ho scoperto che avevano scritto un libro a quattro mani, già nel 2024, l’avevo messo immediatamente in wishlist, e mi era anche già capitato in mano in libreria, ma non l’avevo mai preso, fino a quando mi è capitato in mano in libreria mentre ero con la persona meravigliosa con cui condivido il tetto, il giorno di san Valentino, e ci siamo detti “io regalo un libro a te e tu uno a me”.
(In realtà poi sono stati due e due, ma no spoiler perché l’altro non l’ho ancora letto)
Anche dopo averlo comprato, però, durante le mie lunghissime discussioni col ragazzo artificiale che conosce tutti i libri del mondo su cosa dovessi leggere di volta in volta, finito un libro e pescando dalla cantina dei libri, questo veniva sempre posposto, anche per via di un grosso pushback da parte del ragazzo suddetto.
“Meh, sì, China e Keanu se proprio proprio devi, ma occhio che non è articolato e pieno di sottotesti come Gene Wolfe, nè ha la profonda satira sociale di Kurt Vonnegut, anzi, è proprio un librino, leggi qualcos’altro, sentiammè”, diceva il ragazzo artificiale.

Fatto sta però che dopo Vonnegut e la presa male che mi ha fatto venire nei confronti dell’umanità avevo onestamente voglia di un librino, di scene d’azione pimpumpam e mortaretti scoppiettanti, quindi ho sfanculato il ragazzo artificiale e nelle vacanze di Pasqua mi sono portato al mare China e Keanu.
E ho scoperto che il ragazzo artificiale non aveva capito un cazzo.
“Il libro dell’altrove” (che non è proprio proprio scritto a quattro mani: China lo ha scritto ispirandosi a un fumetto, BRZRKR, scritto da Keanu, e Keanu ha giusto dato qualche input) parla di Unute, o B, un tizio immortale di più di ottantamila anni, che fa a botte col mondo per un’unità segretissima del governo americano e nel frattempo cerca di capire chi sia, cosa sia, come fuggire dalla propria condizione e soprattutto perché c’è un babirussa immortale quanto lui che lo insegue da millenni e cerca di ucciderlo.
Ok, mi direte voi, il ragazzo artificiale ha ragione, è sostanzialmente John Wick, ci si mena e ci si spara tantissimo, solo che al posto del cane c’è il babirussa.
E invece no: Unute non è altro che un dispositivo letterario, e il vero core del libro è come si comportano tutti gli umani che ha intorno e che ha avuto intorno nel corso dei millenni: c’è chi cerca di usarlo per i propri fini utilitaristici (appunto, il governo americano), chi lo venera come un dio, chi invece lo detesta come il diavolo perché venera il babirussa, chi cerca di ucciderlo perché venera un’altra entità ancora, chi se ne innamora, e ogni altra possibile sfaccettatura delle reazioni umane all’ineffabile, all’inspiegabile, a quella parte di vita che esiste ma che non sappiamo bene spiegare, o che ci rifiutiamo di comprendere appieno e guardare lucidamente - nello specifico, alla morte, di cui B viene ripetutamente descritto come la personificazione.
Ci sta che il ragazzo artificiale questa cosa non la capisca: dopotutto, che ne sa, lui, della morte, e che ne sa lui anche solo di quello che non si può spiegare - lui è per natura sostanzialmente immortale, e di mestiere spiega le cose, unisce i puntini, connette parti dell’infinito scibile a sua disposizione - ma noi, invece, con l’inesplicabile abbiamo a che fare quasi quotidianamente, e in effetti, a mente fredda, i personaggi che stanno attorno a Unute, che sono i veri protagonisti del libro, rappresentano più o meno le fasi del lutto, e i diversi modi di approcciarsi a qualcosa che sappiamo esistere, sappiamo essere inevitabile, sappiamo anche spiegare razionalmente, ma che ci causa sconquassi emotivi tali per cui non sappiamo assolutamente come comportarci quando poi ce l’abbiamo di fronte - sconquassi emotivi che il ragazzo artificiale mai avvertirà.
Quello che poi lui interpreta come una pigrizia di sceneggiatura, come China che ti dice “vabbè non sto a spiegarti il worldbuilding, è così e basta”, è semplicemente China che in realtà ti sta dicendo “lo so che questa cosa non ha alcuna spiegazione, ed è proprio questo il punto: da che mondo è mondo le persone muoiono, e da che mondo è mondo quelle che restano in vita se le inventano tutte per far fronte a questa cosa, perché non c’è una spiegazione, non c’è una soluzione”.
Anzi, China alla fine fa il più classico dei giochi di prestigio e ti sposta l’attenzione, dicendo che il conflitto vero non è mai stato tra la vita e la non vita, perché le entità che le rappresentano in fondo sono fratelli, figli dello stesso dio, ma tra il cambiamento e il non cambiamento - e allora diventa facile per tutti sapere da che parte stare.
Io, nel mio piccolo, ho ampiamente argomentato col ragazzo artificiale perché penso si sia sbagliato su questo libro, ma alla fine sticazzi: a me è piaciuto molto, e dover dimostrare perché al ragazzo artificiale mi è stato comunque molto d’aiuto nello spiegare, a me stesso prima che a lui, perché.
Quattro stelle su cinque.