Dino Buzzati - La boutique del mistero

Letto tramite il solito book club dei miei amichetti prefe dell’internet, a sto giro toccava ad Alessio scegliere e ha scelto anche lui un’antologia di racconti, che è un formato che si presta bene al book club perché se i primi due-tre-quattro-cinque ti fanno cagare lo puoi mollare senza vergognarti troppo e dare la colpa a chi l’ha scelto, come fa di solito Marco quando gli proponiamo il fantasy.

Alessio ha scelto Dino Buzzati, che detta così sembra una scelta un po’ “huh?”, un po’ agée, un po’ demodé, un po’ vintage, al limite dell’hipster, e stavo già per dire “no dai a sto giro io balzo, che palle sta roba da vecchi”, ma poi documentandomi ho scoperto che in questa raccolta di racconti c’è - tra gli altri - “Il Colombre”, che ricordavo di aver letto nella mia antologia di letteratura alle medie e che mi era piaciuto un botto, quindi l’ho prenotato in biblioteca, ho aspettato di finire quello precedente e mi ci sono dedicato, skippando forse giusto il racconto più lungo, che è praticamente un romanzo breve, ma leggendo praticamente tutti gli altri.

Com’è, quindi, leggere Dino Buzzati nel 2026?

TL;DR: non facile, spesso brutto, a volte molto gradevole.

pic

Non facile, anzitutto, perché Buzzati scrive in una lingua che non è la mia, né l’altra che parlo correntemente: non è tanto che usa parole desuete, ma ha un modo di costruire le frasi che a noi di questo millennio sembra sbilenco, farraginoso e respingente ma che, immagino, ai suoi tempi era preciso e affilato: si sente tantissimo lo stile del giornalista, di quello che non vuole usare troppe parole e quindi usa esattamente quelle perfette a suo giudizio, solo che dal suo giudizio al mio sono passati almeno sessant’anni.

Non dico che il mio giudizio sia migliore o peggiore del suo, semplicemente sono diversi e bisogna fare la tara a questa barriera linguistica: io l’ho percepita appena, Marco l’ha trovata molto respingente, ci sta.

Come tutte le antologie di racconti, poi, il livello è altalenante, e direi che grossomodo li si può dividere in due macrocategorie: quelli in cui Dino Buzzati è un vecchio barbogio ossessionato dalla morte e quelli in cui Dino Buzzati è un maestro del soprannaturale livello Poe o Matheson.

I primi, secondo il mio gusto personale, sono letteralmente la merda: pipponi finto distaccati in cui il senso è sempre sempre sempre “si ok quello che vuoi, però tanto poi muori, anzi, neanche troppo poi, comincia a prepararti e sii contento della vita che hai avuto” (vedi “I sette messaggeri”).

Pochi atteggiamenti mi fanno salire al crimine come la nostalgia, il guardare solo indietro, il rimembrare i bei tempi andati, e quando lo fa Buzzati ci casca dentro con tutte le scarpe in un modo che avrebbe fatto sembrare mio nonno un ottimista entusiasta del futuro.

Ma quando invece droppa le bombe fantascientifiche, mamma mia, si vola altissimo.

“Il Colombre” già citato (che riletto ora è evidente abbia ispirato Steven Hall per “The raw shark texts”), ma pure “La goccia” che è puro Poe o “La giacca stregata” che potrebbe essere una via di mezzo tra Death Note e Video Girl Ai, sono autentici missili terra aria, in cui il soprannaturale non viene spiegato in lungo e in largo, perché sono pur sempre racconti brevi e Buzzati, si diceva, ha indubbiamente il dono della sintesi, ma c’è, spaventa, inquieta e costringe a farci i conti, spesso cambiando la vita di chi ci si imbatte.

“Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso.”

E poi quell’abisso, da cui scappi per tutta la vita anche se ti attira, scopri che avresti fatto meglio ad affrontarlo di petto prima, ma ormai è troppo tardi.

Due stelle e mezza su cinque.