Gene Wolfe - The sword of the lictor

Dopo aver letto uno in fila all’altro i primi due libri del Book of the new sun di Gene Wolfe avevo bisogno di una pausetta, perché ok, stratosferici, cinque stelle su cinque entrambi, ma anche molto intensi e impegnativi, sia dal punto di vista lessicale che da quello strettamente del numero di personaggi matti in culo da tenere a mente, di fili che Gene Wolfe butta lì e poi riannoda quattrocento pagine dopo e di cose che sembrano qualcosa e invece sono qualcos’altro.

Insomma, la lettura perfetta per le vacanze, in spiaggia, quando finalmente hai un po’ di banda mentale in più, che è esattamente quando mi sono gustato il terzo libro, “The sword of the lictor”.

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(Questa è l’edizione uguale a quella con i primi due libri che comprende il terzo e il quarto libro, per il quale però avrò bisogno di un’altra pausetta)

Il terzo libro è sensibilmente diverso dai primi due: se Shadow ti introduce nel mondo e nel modo di raccontare le storie di Severian, e lo adori perché ha l’effetto wow nuovo strano matto bizzarro e Claw alza l’asticella della follia, dei personaggi assurdi e delle scene in cui prima non si capisce un cazzo poi si capisce poi però no poi sì poi no, Sword è, almeno all’apparenza, molto “meno”.

Non c’è il racconto delle origini del boia e del suo rapporto con Thecla, non c’è il viaggio del party più assurdo mai letto verso la House Absolute con tanto di scene stile David Lynch e di opera teatrale FOLLE del Dottor Talos e, dopo due libri, non c’è neanche più tanto lo stupore per un mondo che ormai è chiaro quale sia (non lo spoilero anche se è uno spoiler livello “Darth Vader è suo padre”): anzi, il terzo libro, a un occhio poco attento, sembra “solo” un racconto picaresco di Severian che va in giro e incontra una creatura bizzarra dopo l’altra, una situazione assurda dopo l’altra, senza uno scopo, una direzione, un fil rouge che unisca tutto, una narrazione che unisca gli episodi.

E in effetti è esattamente quello che succede nel libro, ma ormai sappiamo che nei libri di Gene Wolfe non conta solo quello che succede, o almeno, che racconta Severian: un incontro completamente casuale può nascondere un drop di lore gigantesco sulla storia del mondo, interrotto dal fatto che il festino in cui si svolge diventa sostanzialmente Eyes wide shut, oppure ancora una gigantesca elucubrazione sul tempo, la religione e il libero arbitrio scaturita dal fatto che Severian finisce nella casa vuota di un contadino, vuole lasciargli qualcosa come ringraziamento per il cibo che ha mangiato e non trova niente di meglio di un mantello rosso che non sa come sia finito nella sua sabretache.

E a una certa, all’ennesimo incontro casuale che manco in un JRPG, all’ennesimo personaggio completamente senza senso che dominava la terra diversi millenni fa e ora non sa più da che parte è girato, ti rendi conto di cosa sta facendo Gene Wolfe: sta facendo a pezzi il viaggio dell’eroe del fantasy.

Severian non è un Frodo Baggins, non gli viene detto nelle prime dieci pagine del libro dove deve andare e sai che ci arriverà nelle ultime dieci, il suo non è un viaggio che va da A a B: è uno che non sa che cazzo sta facendo e, nonostante sia lui stesso a raccontarti dov’è stato e cosa gli è successo a posteriori, quando ormai è arrivato dov’è arrivato, è veramente chiaro che non sa come ci sia arrivato, e in questo, quindi, è infinitamente più umano di qualunque protagonista fantasy che sa dall’inizio chi è il bad guy da sconfiggere, è molto più uno di noi che non sa che cazzo sta facendo e che se ne rende conto man mano, poi non se ne rende conto più, poi cambia idea, poi perde dei pezzi e deve un po’ reinventarsi.

E lo fa in un mondo che ha molti punti di contatto col nostro (wink wink), ma pure col fantasy classico, col medioevo e con mille altre culture/temi/topoi letterari che conosciamo, un po’ perché a Severian (e di riflesso a Gene Wolfe) piace bullarsi di usare parole molto precise, magari desuete per costruire un mondo ed evocare un immaginario, un po’ perché - ci dice indirettamente - passano i millenni, passano le civiltà, crollano le culture e le mitologie ma alcuni temi restano sempre, e l’idea di rinnovamento, di ciclo, di cambiamento che ci raccontiamo da sempre è sostanzialmente una cazzata e, pure quando le cose vanno malissimo, la gente è troppo refrattaria al cambiamento per fare davvero qualcosa.

Gene Wolfe parla della morte della sci-fi, della fine della tensione verso il futuro che affligge il nostro tempo perché il presente fa così cagare che immaginarsi il futuro è diventato preoccupante più che entusiasmante, ma lo fa quarant’anni fa.

E lo fa in un libro che fa quello che fa la grandissima narrativa speculativa, fantasy o sci-fi che sia: ambienta la storia in un mondo che ti richiede un certo grado di sospensione volontaria dell’incredulità perché non è il nostro (e quindi magari può essere respingente per alcuni, tipo Marco) ma poi, una volta che ti ha fatto “staccare” dal nostro mondo, approfitta di quel punto di vista distaccato per riflettere su di esso con una profondità che, secondo me, “da dentro” non sarebbe possibile.

Cinque stelle su cinque perché è finora il libro più canonicamente “brutto” dei tre eppure è bellissimo proprio per questo, tipo Death Stranding che è bello perché è noioso.