Guillaume Chamanadjian - Il sangue della città

Ogni tanto servono anche dei libri che non ti fanno strappare i capelli, che non ti fanno esplodere il cervello, riconsiderare la tua visione del mondo e della letteratura, che in pratica non sono Gene Wolfe, Simon Jimenez o Tamsyn Muir, ma che fanno il loro, nel loro piccolo, e lo fanno però davvero bene, che quindi non sono quella merda di Mattimeo o roba overhyped tipo “La biblioteca sul monte di brace” di Scott Hawkins, che ho letto di recente e mi ha detto così poco che non ho neanche avuto voglia di scriverne.

Guillaume Chamanadjian l’avevo adocchiato e wishlistato abbastanza a caso in libreria, ma poi la persona con cui ho la fortuna di condividere il tetto aveva una gift card di Feltrinelli e mi ha detto “oh vuoi dei libri?”, che credo sia una delle frasi più corte possibili da dirmi per farmi felice e quindi me lo sono ritrovato in casa, in un momento per di più in cui avevo bisogno di una lettura leggera per staccare un po’ dopo Gene Wolfe e prima di immergermi in altre letture impegnative (no spoiler).

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Insomma, si diceva, è un libro che fa il suo e lo fa bene, ma che cos’è “il suo”?

È un fantasy leggero: c’è del soprannaturale ma è abbastanza di contorno, il grosso del libro sono gli intrighi tra le contrade della città, che forse anche perché hanno tutte il nome di un animale fanno tantissimo palio di Siena, visti da un commesso di bottega che viene istruito a diventare, sulla carta, negoziatore della contrada di cui fa parte, poi effettivamente assassino.

Niente di rivoluzionario o mai visto, insomma: la città sembra un po’ la Novigrad di The Witcher, il protagonista ricorda un po’ la protagonista di Foundryside di RJ Bennett (soprattutto il primo libro, non gli altri due che sbragano) e gli eventi della trama non sono particolarmente sorprendenti e, a ben vedere non sono neanche poi così tanti, ma allora cos’ha di bello sto libro? Perché, Raibaz, sei così soddisfatto di averlo letto?

Perché Chamanadjian è molto bravo a trasmettere le vibes della città e a descrivere i protagonisti, sia le persone che la città stessa, che eè un personaggio del libro tanto quanto loro, rendendoli credibili, tridimensionali, a differenza di tanti altri autori fantasy scarsi (Scott Hawkins sto guardando te) che aggiungono personaggi solo come dispositivi narrativi che servono a far avanzare la trama.

La città, qui, è viva, e Chamanadjan te lo fa capire anziché dirtelo, raccontandoti scene di vita vissuta e dettagli apparentemente insignificanti e scollegati dalla storia, come quando insiste molto sulle descrizioni del gioco da tavolo a cui giocano tutti in città, che ha le pedine collezionabili e che quindi permette ai personaggi di portare molto della loro identità nel modo in cui costruiscono il loro set di pedine e in cui giocano: anzichè farti il pippone e dirti “questo personaggio che viene da un’altra città è davvero intelligente, di poche parole ma molto temibile”, ti fa vedere come schiaffeggia malamente il protagonista in una partita usando delle pedine mai viste e delle strategie esotiche.

Non sta nemmeno a spiegarti come si giochi a sto gioco, perché è uno che non si perde in infodump noiosi, ti racconta come vanno le partite e tu da lì estrai una serie di informazioni su com’è strutturata la città politicamente, religiosamente ed economicamente, su come funzionano le classi sociali e su come la storia e le tradizioni della città si sono stratificate.

Per me questo è scrivere bene, tanto che ti fa venire voglia di immergertici, nella città, di sapere cosa fanno i personaggi con cui entri in contatto, anche se poi non fanno niente e il protagonista stesso non è un eroe, è semplicemente un tizio coinvolto in intrighi molto più grossi di lui e alla fine, davvero, succede poco e un cazzo (ma è comprensibile anche perché - ho scoperto poi - è il primo libro di una trilogia e gli altri due - maledizione - non sono ancora stati tradotti in Italia), ma non è un problema, perché quello che fa davvero bene è trasmetterti le vibes della città.

Fa solo quello, non fa altro: fa una cosa ma la fa bene.

Tre stelle e mezza.