Jacqueline Harpman - I who have never known men

Questo va nella lista “il booktok ha fatto anche cose buone”: uscito nel 1995 e tutto sommato non così di grande successo, è stato scoperto per l’appunto dalla nicchia letteraria della piattaforma video dei balletti, che lo ha apprezzato molto, ritradotto in inglese e ristampato, ed è così che l’ho scoperto anch’io, grazie a qualcuno di quelli che fanno i video mostrandoti il lato senza scritte dei libri all’inizio per fare più engagement.

Come molti altri libri del booktok, però, l’ho messo nella wishlist di Amazon e me ne sono abbastanza dimenticato, fino a quando la persona meravigliosa con cui ho la fortuna di condividere il tetto ha pescato abbastanza a caso dalla wishlist suddetta e me l’ha regalato, permettendogli così di passare qualche mese in ottima compagnia nella mia cantina dei libri.

Una volta finito Bartezzaghi, ero pronto a tornare alla narrativa ma non volevo qualcosa di troppo impegnativo, e le centottantacinque pagine scarse di questo mi sembravano sufficientemente leggere, per cui gli ho dato una chance.

Non sapevo che di questo libro si potessero dire molte cose, ma di certo non “leggero”.

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Sinossi, brevemente: quaranta donne, anzi, trentanove e una ragazzina, sono segregate in un bunker forse sotterraneo da tipo sempre, gli uomini che fanno loro la guardia non parlano né interagiscono con loro più di tanto se non dando loro del cibo o facendo solo schioccare la frusta a ogni minima violazione delle regole arbitrarie che vigono nel bunker.

A un certo punto - spoiler minorissimo - escono, non si sa come nè perché nè dove, nè quando, nè si sa praticamente nient’altro.

Il libro è sostanzialmente un unico lunghissimo flusso di coscienza della protagonista, la ragazzina appunto, che racconta prima la vita nel bunker e poi quella fuori, quando ormai è invecchiata ed è verso la fine.

Non c’è molto setting, non succedono molte cose, non spiega praticamente niente di perché o percome il mondo in cui è ambientato sia fatto com’è fatto: eppure, c’è tantissimo contenuto.

C’è un sacco di introspezione, ovviamente, perché la protagonista, non avendo quasi nulla di esterno o pregresso con cui confrontarsi ha sé stessa come unico metro di tutto: l’inizio della fine, a sua detta, è proprio quando inizia a pensare, e quando, subito dopo, “inventa” il tempo contando i battiti del proprio cuore.

E quando togli tutto e l’unica opzione è il solipsismo, non resta altro da fare, per te protagonista e per noi che assistiamo alle tue riflessioni, che chiederci cosa significhi essere umani quando tutto ciò che consideriamo società non c’è più, o non c’è nemmeno mai stato perché sei finita nel bunker prima di scoprirlo e non puoi neanche provarne nostalgia.

“Cosa significhi essere umani quando tutto ciò che consideriamo società non c’è più”, a farci caso, potrebbe descrivere benissimo tanti altre storie distopiche o postapocalittiche, tipo “The Road” di McCarthy o Fallout, e in effetti il mood è proprio a metà tra queste due, ma a differenza loro ha uno sguardo ancora più introspettivo, meno pragmatico e concreto, in una parola, diciamocelo - meno maschile.

Sopravvivere e procurarsi da mangiare, da dormire e da soddisfare altri bisogni primari non sono problemi interessanti e vengono liquidati in fretta dalla storia, prevaricare gli altri sopravvissuti non è preso in considerazione: ci sono molti morti ma fanno parte dello sfondo, le quaranta sopravvissute vivono in comunità tutto sommato abbastanza bene, non si vede nessuno picchiarsi, spararsi, scontrarsi, neanche quando la protagonista ha dei disaccordi con le altre trentanove donne, perché semplicemente non è quello il punto della storia.

Il punto della storia è, appunto, descrivere quello che resta quando togli il conflitto e la lotta per la sopravvivenza: la morte c’è, in abbondanza come si diceva, ma non è qualcosa da sconfiggere, è un inevitabile che prima o poi arriva, e nel mentre cosa si fa?

Si assiste alla tensione tra la voglia di “andare” della protagonista, che vuole esplorare il mondo camminare scoprire vedere cercare senza sapere cosa, e le altre sciure, forse ancora ferite - loro sì - dalla nostalgia per il mondo “prima”, che invece vogliono fermarsi, costruire case e starsene lì nel chill.

A una certa, verso la fine, la protagonista diventa sostanzialmente l’Ulisse dell’inferno di Dante e quando non ha più vincoli manda tutto affanculo e va. Dove? Non ha importanza, intanto va, ed è quello tutto ciò che le rimane una volta che è da sola e non ha altre particolari preoccupazioni.

Va, e scrive, per l’appunto il racconto all’indietro della sua vita che abbiamo appena finito di leggere noi.

E alla fine, quindi, Harpman ci dice, se togli tutto, gli esseri umani quello fanno, quello sono: vanno oltre dove si trovano, e si lasciano dietro il racconto, le storie: è questo che ci distingue dai bruti e ci dà la virtute e la canoscenza.

Cinque stelle su cinque, perché per dire tutto questo in una storia in cui non c’è - letteralmente - niente devi essere veramente una scrittrice della madonna.