Jonathan Stroud - L'amuleto di samarcanda

Qualche tempo fa, in una delle mie peregrinazioni sul booktok, ho sentito parlare in termini entusiastici di un libro dal taglio YA in cui il protagonista è un djinn permaloso e sarcastico e in cui i maghi sono dei burocrati noiosi, dei loschi maneggioni o entrambe le cose: perfetto per uno degli ultimi trend delle mie letture col Filo, “libri fantasy e con la magia ma che non abbiano necessariamente del razzismo di fondo e non siano stati scritti da una persona di merda”, che potremmo sintetizzare con il titolo “oltre Hogwarts”.

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“L’amuleto di samarcanda” ha ampiamente mantenuto le promesse: nel mondo di Jonathan Stroud, la magia avviene perché i maghi sottomettono, contro il loro volere, creature magiche che vengono dall’“Altro Luogo” come folletti, djinn, afrit e simili, dando loro istruzioni direttamente o intrappolandoli in degli oggetti, e l’intera storia è raccontata alternando il punto di vista di un apprendista mago molto talentuoso a cui il sistema mette i bastoni tra le ruote e quello di Bartimeus, il djinn che convoca all’insaputa del suo maestro per vendicarsi dell’umiliazione subita da un altro mago.

Bartimeus è, in effetti, uno dei personaggi scritti meglio che mi sia capitato di leggere di recente in un fantasy “leggero”: è millenario e manifesta ripetutamente il suo disprezzo verso i maghi e il loro attaccamento a questioni terrene come il potere e la politica, con un umorismo inglesissimo fatto di understatement, sarcasmo, prese in giro generalmente sottili e note a piè di pagina.

È il genere di personaggio che quando vede un tappeto piazza subito una nota a piè di pagina per ricordarti che lui c’era, in Persia, mille anni fa, quando gli artigiani davvero bravi nei tappeti ci intrappolavano i folletti per farsi portare in giro, mica come sti fighetti londinesi del giorno d’oggi, o che en passant ti ricorda di aver avuto un ruolo nella costruzione delle piramidi e di aver visto la caduta di Atlantide, in entrambe delle quali c’erano di mezzo maghi insopportabili e troppo arroganti.

La dinamica tra lui e Nathaniel, il giovane mago che lo convoca, è molto divertente, perché sono entrambi molto intelligenti e si fanno i dispetti a vicenda per convincere, di volta in volta, l’altro a collaborare, e in qualche modo riescono a trovare un modo efficiente di farlo almeno per la durata del libro (ci sono dei seguiti, ma non so ancora cosa succeda), che parte in quarta con una scena stupenda in cui Bartimeus va a rubare il potentissimo amuleto del titolo da casa del villain del libro, incontrando altri due djinn con cui si odia cordialmente da millenni e spiegando a noi poveri ignoranti il grosso del sistema magico “in diretta”, mentre ci sbatte la faccia e cerca, controvoglia, di ottemperare agli ordini del suo padrone.

I due punti di vista narrativi poi permettono di avere anche due linee temporali diverse, per cui i primi capitoli di Nathaniel sono, di fatto, un lungo flashback intervallato alla fuga post-furto di Bartimeus in cui capiamo perché lui volesse rubare l’amuleto di Samarcanda, fino al momento in cui i due si riuniscono e si dirigono verso la battaglia finale.

Col senno di poi forse per il Filo era ancora un po’ “troppo”, più che altro perché una buona parte del sarcasmo di Bartimeus è davvero molto sottile e molto “inglese” e perché ok, bello ma è comunque un discreto mattoncino di quattrocentocinquanta pagine, per cui ci ha tenuti impegnati per molto più tempo della media dei libri che leggiamo, visto anche che leggiamo insieme una ventina abbondante di minuti prima di dormire, ma credo che sia comunque stato la quantità giusta di “troppo”: i libri che leggiamo insieme, visto che ci sono di fianco anch’io, ha senso che siano quello che in gergo si dice “aspirational”, che lo facciano sentire un po’ più grande quando li capisce da solo (che poi è quello che succede a me con Gene Wolfe) e che non gli arrivino necessariamente proprio tutti tutti, ma che comunque gli costruiscano un “sedimento” letterario su cui poi appoggiarsi quando leggerà cose più complicate da solo.

Intanto da solo si legge gli Investigators, i Geronimo Stilton e i libri game, e nel mentre insieme scopriamo il fantasy bello in cui i banchieri non sono per forza di quel popolo là e se per sbaglio capiti sul profilo Twitter degli autori non ti viene voglia di versarti la candeggina negli occhi.

Tre stelle e mezza su cinque per me e il Filo perché, appunto, è comunque bello lungo, ma l’avessi letto da solo quattro gliele avrei date.