Kurt Vonnegut - Ghiaccio-nove

Altro libro che mi ha regalato la persona con cui ho l’enorme fortuna di dividere il tetto, che evidentemente mi conosce bene perché mi regala libri a ogni pié sospinto, questo non stava nella mia wishlist né ne avevamo mai parlato, me l’ha regalato lei dal nulla: io lo avevo sentito nominare, anche perché Vonnegut è piuttosto famoso, ma diciamo che mi ci sono infilato senza saperne praticamente niente.

La sensazione, quando leggi un libro relativamente vecchio, è stranissima, una sorta di deja vu al contrario: riconosci alcune cose che hai già visto o sentito, ma non è perché quello che stai leggendo sia effettivamente copiato, o ispirato da quello che conosci; è quello che conosci che fa riferimento a quello che stai leggendo.

Mi succede spessissimo, per esempio, leggendo Gene Wolfe, che usa alcuni termini poi presi di peso da Tamsyn Muir, e leggendo Vonnegut mi è capitato almeno un paio di volte, a partire da un personaggio che si chiama come un album di Matthew Dear con un nome così bizzarro che è impossibile che non sia una citazione, per arrivare a un generale feeling nello stile di scrittura, che a un certo punto mi ha fatto dire “oh, certo che scrive proprio come Palahniuk”, se non fosse che Palahniuk scrive almeno vent’anni buoni dopo e che quindi è lui che “oh, certo che scrive proprio come Vonnegut”.

E come Palahniuk, molto più ancora di Palahniuk, Ghiaccio-nove è un libro matto in culo.

pic

Il ghiaccio-nove del titolo è assolutamente un pretesto, uno strumento letterario per far succedere le cose: sulla carta (fa ridere, dire “sulla carta” di qualcosa che succede in un libro, scusate ok fa ridere solo me la smetto) è l’ultima invenzione di un geniale premio Nobel che ha partecipato, tra le altre cose, all’invenzione della bomba atomica e, soprattutto, il trigger che dà il via all’apocalisse finale, ma in realtà il libro non parla minimamente del ghiaccio-nove, parla di tutt’altro.

(Peraltro, “Ghiaccio-nove” è il titolo italiano, il titolo originale è un altro che con la trama e il tema di fondo del libro c’entra ancora meno)

Il libro parla dell’irrisolvibile stupidità e insensatezza insita in ogni appartenente al genere umano, dai più intelligenti e degni di Nobel ai più potenti passando per tutti i mediocri che ci stanno in mezzo, e alle conseguenze devastanti che ha rendersi conto di quanto questa insensatezza sia inevitabile.

Se l’uomo è per sua natura stupido e insensato, allora la verità non esiste, perché è l’uomo ad asserirla, nè vale la pena prendere sul serio concetti generati dall’uomo come la scienza, il potere politico, la ricchezza, la bellezza o la religione.

Ok, anche l’apertura a un’interpretazione nichilista della vita è davvero molto Palahniuk, ma non è tutto qui, ridurre Ghiaccio-nove a un libro nichilista sarebbe fargli un torto.

C’è anche la tematica che spesso, leggendolo, il deja vu al contrario ti capita anche con personaggi del mondo reale e della cronaca odierna: Felix Hoenikker e Asa Breed ricordano molto, nel loro tecnoentusiasmo, certi miliardari di oggi che pensano di aggiustare l’intera umanità solo grazie al progresso tecnologico, e fa male pensare che non è che Vonnegut fosse chissà che veggente, è solo che l’uomo, oltre che stupido e insensato, è anche molto miope, e quando ha in mano un martello tutto gli sembra un chiodo, e sarà così dalla notte dei tempi fino alla fine dell’universo.

Vonnegut non propone soluzioni a nessuno dei problemi che presenta (che non sono solo questi), ma in fondo è giusto che non lo faccia, un po’ perché una soluzione, in effetti, non c’è, ma più di tutto perché, se la proponesse, sarebbe come - a sua detta - tutto ciò che c’è scritto nel libro: falsa.