Lev Grossman - The Magicians

Harry Potter mi fa cagare.

Anche facendo lo sforzo, molto grosso in questo caso, di scindere l’opera dalla persona di merda che l’ha scritta, resta comunque un libro troppo basico e ipersemplificato, in cui i buoni sono i buoni e vincono perché sono i buoni e i cattivi non hanno nessun motivo che li spinge a fare quello che fanno se non che sono cattivi perché l’autrice ha deciso così.

Sostanzialmente quello che succede in quest’altra porcheria che ho letto di recente: quando ne ho parlato con un mio caro amico che invece, per motivi generazionali, adora Harry Potter perché ci è cresciuto, la sua obiezione è stata “ma è un libro per bambini, è normale che sia basico e ipersemplificato”.

Ora, al di là del fatto che non è vero e che ci sono libri per bambini anche più articolati ma comunque molto belli (fonte: il bambino con cui li ho letti di recente), io, per fortuna o purtroppo, un bambino non lo sono più da un po’ e cerco delle storie più complesse, meno scontate, in cui i personaggi abbiano uno spessore maggiore di quello di un foglio di grafene.

Perché questo pippone introduttivo?

Perché riassumendolo moltissimo, “The Magicians” è “Harry Potter e Narnia ma coi personaggi scritti da un adulto bravo a scrivere per adulti bravi a leggere”.

pic

Quentin, il protagonista, è un quasiadulto estremamente intelligente e assoluto overachiever scolastico che sta andando con i suoi migliori amici a fare il colloquio di ammissione a Stanford, e invece a fare l’esame assolutamente fuori di testa per essere ammesso all’equivalente locale di Hogwarts.

Il punto però non è tanto seguire le sue peripezie in una scuola tanto simile alle nostre ma con le casate buffe, la burrobirra e il professore cattivo che sembra Renato Zero, anzi: Grossman si sofferma sul periodo a Brakebills solo per un quinto scarso del libro, che è ampiamente il peggiore proprio perché intenzionalmente ripropone le stesse atmosfere e gli stessi temi di quell’altro libro, per rendere ancora più pesante, in quanto ancorata a un esempio reale, la critica che fa all’intero topos del viaggio dell’eroe - ma ci arriveremo.

Quentin e gli altri maghi - lo dice chiaramente Dean Fogg, l’Albus Silente di Brakebills - sono persone infelici, riescono a fare la magia perché il vuoto che hanno dentro è ancora più grande di quello che hanno tutti gli altri, ma la magia non è sufficiente a riempirlo, come non lo è completare di volta in volta la quest di turno: non riempie il vuoto essere ammessi a una scuola prestigiosa, non riempie il vuoto completarla, non lo riempie trovare l’amore nè tantomeno arrivare finalmente nel posto fatato che sognavi fin da bambino o nessuna altra delle cose che i protagonisti del libro fanno in preda alla disperazione e all’horror vacui, perché quel vuoto non va riempito.

E non solo il vuoto non va riempito, ma tutta la letteratura che per millenni ci ha detto “l’eroe si fa mille sbatti, mille peripezie, ma poi vince, ottiene il tesoro/la corona/la principessa e vissero tutti felici e contenti” non ha mai chiarito, esattamente, cosa succedesse in quell’“e vissero tutti felici e contenti”.

Quentin ottiene ripetutamente quello che voleva, “vince”, in qualche modo, ripetutamente, eppure, come per tutti noi, la sua storia non finisce lì, e ogni volta che vince è spaesato, disperso, non sa più cosa fare di sè e fa cose a caso, spesso e volentieri autosabotandosi perché così poi ha un’altra sfida per aggiustare le cose che ha rotto.

Non spoilero il finale, anche perché, pur essendo molto bello, non è quello che conta: quello che conta è che Quentin, a differenza di quell’altro bambino petulante col fulmine in faccia, è una persona vera, e che questo, a differenza di quegli altri là, è un libro bellissimo.

Cinque stelle su cinque.