Si può scrivere un romanzo breve riuscito mescolando una serie di topoi letterari già visti e rivisti?
Detta così, è difficile: la sensazione che sia già stato detto tutto e sia impossibile raccontare qualcosa di veramente nuovo è sicuramente qualcosa con cui molti di noi sono familiari, e la naturale tendenza dell’essere umano a riconoscere i pattern e ricondursi a schemi noti rende inevitabile dirsi “ah ma certo, questo è come X” quando leggiamo qualcosa, sentiamo una canzone, vediamo un film etc.
Leggendo “Geniocrazia”, uno dei miei tanti acquisti di Stranimondi, ho avuto questa sensazione davvero molte volte: l’inizio è assolutamente “Orwell meets Kafka in salsa italiana”, per dire.

E quindi? È forse questo un male?
Non necessariamente.
Anzi, la declinazione molto italianeggiante di temi noti io l’ho trovata interessante, li rende più vicini, più familiari, meno astratti e avere già un po’ di familiarità con l’atmosfera aiuta, soprattutto in un romanzo così breve (centosettantatre pagine) che non può perdere troppo tempo a spiegarti la rava e la fava del world building e che quindi ci sta che te lo racconti per analogia con qualcosa che già, realisticamente, conosci.
Per dire, mi spieghi molto del mondo in cui si svolge la storia facendo dire al protagonista, con poca convinzione, “…e se il Partito ha deciso così, va bene” in un contesto molto alla 1984, o dicendomi che il personaggio sovversivo è l’unico che ha i libri cartacei e quindi dicendomi “wink wink Farenheit 451” più che spiegandomelo esplicitamente, sintetizzi di molto la storia e le permetti di andare avanti più spedita perché la base comune da cui partiamo ci consente di dare alcuni concetti per sottintesi.
(Oh, se poi uno non ha letto Kafka, Orwell e Bradbury magari non li coglie, ma se non hai letto Kafka, Orwell e Bradbury mi sento di dire che il problema sei tu.)
Questo, dei due espedienti letterari che usa Luca Frediani in questo romanzino, lo accetto e lo apprezzo molto; l’altro no.
Capisco che si debba andare spediti, che le cose debbano succedere e anche in fretta perché non siamo mica qui a pettinare le bambole, però il protagonista ha una plot armor davvero eccessiva, al punto che verso la fine - ok, spoiler, sticazzi - c’è una sparatoria in cui muoiono tutti tranne lui perché….beh, perché è il protagonista.
E onestamente l’ho trovato un peccato, perché così facendo fa perdere credibilità all’ultimo terzo di libro e rende il finale vagamente “V per Vendetta” un po’ forzato.
Niente di grave, non toglie poi molto a un romanzo che comunque non mi ha fatto strappare i capelli, ma una mezza stellina in meno direi di sì.
Due e mezza su cinque perché alla fine si legge molto rapidamente e non impegna troppo, te lo godi come un filmettino carino.