Michele Mari - I convitati di pietra

Ultimamente sto imparando a usare bene Gemini per fare brainstorming, come appoggio per ragionamenti articolati in cui ho bisogno di spunti per formulare io un’idea, o per chiarirmi idee confuse.

Non ho intenzione di dilungarmi più di tanto sulla questione di come quando dove e perché usare correttamente un LLM, ma il libro di cui parlo a questo giro l’ho scoperto proprio grazie a Gemini: recentemente ho visto per l’ennesima volta content creator italiani decantare le lodi del libro più merdoso che abbia letto negli ultimi anni, banalmente perché sta per uscirne un seguito, e allora ho chiesto a Gemini qualcosa che suonava tipo “zio ma come cazzo è possibile che piaccia a tutti una porcheria del genere? Possibile che non abbiano mai letto dei libri belli davvero? Sbaglio io?”

In mezzo alla sua solita sicofanteria, sicofantezza o sicofantità, insomma quell’atteggiamento per cui gli LLM tendono a darti sempre ragione, l’attrezzo ha confermato che sì, probabilmente c’è tutto un circolino di autori, sedicenti autori e content creator italiani che come dicono i francesi si fanno i pompini a vicenda, ma mi ha anche detto “ci sta che non ti sia piaciuto quello se ti è piaciuto quest’altro: perché non provi questi altri che magari sono più affini ai tuoi gusto?”, proponendomi diversi autori che in effetti avevo già letto e apprezzato, come ad esempio Valerio Evangelisti, e uno che non avevo mai sentito nominare, un tal Michele Mari, per cui si è profuso in elogi enormi che hanno solleticato la mia curiosità.

Per capirci, me l’ha descritto così:

Cosa aspettarti: Mari è un erudito ossessivo. Non scrive in “italiano standard”, scrive in una lingua che sembra uscira dall’Ottocento, piena di termini desueti, gotica, oscura. È l’anti-semplicità. Ma a differenza del “farraginoso” che hai letto, qui ogni parola è scelta con una precisione maniacale. È barocco, non confuso.

L’ho messo lì, in un angolo della memoria.

Poi, nel mio ultimo viaggio in libreria per fare un po’ di shopping natalizio, ho scoperto che è uscito un suo libro nuovo di recente, di lunghezza non troppo impegnativa e che dalla sovraccoperta sembrava interessante, verosimile ma bizzarro, in sostanza, “shut up and take my money”.

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La premessa non è di quelle che ti fanno fare “oooooooh”, ammettiamolo: una classe del liceo, alla prima rimpatriata dopo la maturità, decide di rivedersi ogni anno lo stesso giorno e di versare ogni anno una somma, non specificata ma cospicua, in un fondo comune che diventerà, un giorno, di proprietà degli ultimi tre a lasciarci le penne; verosimile ma neanche troppo, dicevamo, ché io dei miei compagni del liceo, a distanza di quasi venticinque anni, ne sento ancora una spesso e uno raramente, gli altri non so che fine abbiano fatto.

Da lì parte un unico, lunghissimo, flusso che arriva al 2053, senza capitoli, senza interruzioni di alcun tipo, senza soluzione di continuità, descrivendo una sorta di “dieci piccoli indiani” in cui non c’è un colpevole se non il tempo che prima o poi, inevitabilmente, se li prenderà tutti, ma c’è la curiosità di sapere chi saranno gli ultimi in piedi c’è, ovviamente, un sacco di macchinazioni incrociate, doppi e tripli giochi degni di un heist movie quando si scatena la competizione e poi, quando rimangono in pochi, vecchi e stanchi, invece c’è più solidarietà e compassione tra gente che a tratti si è detestata.

E ok, mi rendo conto che la trama non è niente di che, ma devo dare atto a Gemini che aveva tutte le ragioni: parafrasando un grande nume del giornalismo sportivo, “ah, come scrive Michele Mari”.

Non solo, come dicevo, dalla prima all’ultima pagina è un unico grande stream of consciousness di pensieri e racconti apparentemente vomitati istintivamente, ma al contrario, lo stile con cui vengono descritti è impeccabile, e ogni parola, ogni frase, ogni digressione per farti prendere fiato, ogni spinta sull’acceleratore degli eventi, ogni descrizione ti dà la sensazione di essere esattamente l’unica che poteva essere lì in quel momento: la magia di Michele Mari è che è effettivamente preciso come un chirurgo nell’usare le parole ma lo fa senza alcuno sforzo, sembrando uno che parla dei cazzi suoi al bar.

Continuando la similitudine calcistica, è come quei giocatori che fanno dei numeri allucinanti e non sudano nemmeno, è Maradona che cammina in campo con la palla al piede ma non lo fermi neanche se gli spari, e lui fa quello che vuole e tu puoi solo fare “ooooooh”: anche se poi i suoi gol valgono esattamente come quelli degli onesti scarpari da mezzo metro, è per lui che vale la pena vedere le partite.

E quando uno scrive così bene, è facile passare sopra una trama che tutto sommato non è roba mia.

Tre stelle e mezza su cinque che sono la media tra le due stelle del cosa e le cinque stelle del come.