Nikolas Dau Bennasib - Il senno perduto

Ho già scritto in lungo e in largo della mia idiosincrasia verso il fantasy italiano e dei mille problemi che lo affliggono, eppure ogni tanto mi convinco a dargli un’altra chance, visto anche che Lumien, che ho scoperto l’anno scorso a Strani Mondi, mi sembra lavori molto bene e non abbia quell’alone di provincialismo e cialtroneria che contraddistingue la maggior parte degli altri editori di genere italiani.

Quando ho visto che pubblicavano un retelling dell’Orlando furioso, l’ho comprato d’istinto, senza stare a pensarci su: è vero che è una storia che hanno ri-raccontato in tanti, io stesso la conosco più per la versione stratosferica coi paperi che per averla studiata a scuola, ma mi pareva centrare uno sweet spot: non è il solito retelling Dante che ci ha ampiamente sfrangiato i coglioni, ma non è neanche la solita provincialata stile Don Matteo in cui quello che c’è in ballo sono le sorti dei tre abitanti di un simpaticissimo borgo di campagna, è una storia “grossa” ma non la solita storia “grossa”.

Insomma, l’ho iniziato, confesso, col sopracciglio un po’ inarcato, pensando tra me e me “vediamo in che modo il fantasy italiano riuscirà a deludermi questa volta”, e invece fin dalle primissimissime pagine si capisce che c’è qualcosa di piacevolmente stonato.

Astolfo, il protagonista e voce narrante (tecnicamente non è un retelling di tutto l’Orlando furioso, ma solo della parte in cui Astolfo va sulla luna a recuperare il senno perduto di Orlando), nel primo capitolo muore malissimo…e nel secondo respawna e torna verso il boss che l’ha ammazzato, e rimuore malissimo.

Dopo un po’ realizza, anche se non se lo ricorda perfettamente, che le pozze di sangue che circondano il boss sono le sue, dei suoi try precedenti, e diventa immediatamente chiaro qual è uno dei riferimenti principali di Bennasib: per farla più plateale di così Astolfo avrebbe dovuto sedersi a un falò o bere una fiala di Estus, ma “non si capisce un cazzo all’inizio” + “boss fortissimo appena partiti” + “molti tentativi” + “pozze di sangue” significa Dark Souls, da che mondo è mondo.

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E infatti c’è tantissimo di Miyazaki (quello malvagio, non Hayao) nel modo di raccontare di Bennasib: non sono solo le virtù che affronta Astolfo, che di fatto sono delle boss fight ognuna con una gimmick diversa, ci sono indizi apparentemente buttati lì a caso, tra una frase e l’altra, c’è la lore del mondo che si svela poco per volta, senza infodump ma organicamente, mentre noi quel mondo lo navighiamo assieme ad Astolfo; c’è, soprattutto, la richiesta che Bennasib fa a noi lettori di unire puntini apparentemente del tutto scollegati, promettendoci che a un certo punto tutto avrà un senso.

E noi ogni tanto i puntini riusciamo a unirli e facciamo “AHA!”, e più spesso non ci riusciamo e proviamo un bizzarro senso di vertigine, che è assolutamente intenzionale e coerente con il mondo in cui è ambientata la storia, che è il posto in cui finiscono tutte le cose perdute sulla terra, alla rinfusa, in una sorta di brodo primordiale in cui le cose si mischiano a caso e danno luogo a combo bizzarre, come quando San Giorgio con sè non ha un drago, ma quello che Astolfo descrive come una sorta di gigantesco rettile piumato e che poi realizziamo essere uno Utahraptor.

Non è solo il lavoro di unione dei puntini, però, a toccare il mio cuoricino letterario, perché Astolfo si rivela abbastanza presto essere un narratore inaffidabile: dice alcune cose che sono proprio platealmente incoerenti e che chiaramente sono lì per farti capire che lui non è chi dice e pensa di essere, ma allora chi è? Te lo chiedi per tutto il libro.

E mentre sei lì a bearti della combo “indizi sparsi - narratore inaffidabile”, mentre sei lì che dici “però, ma sai che non è mica male, anzi, devo dire che sono piacevolmente sorpreso, non vorrei sbilanciarmi troppo ma mi ricorda a tratti Gene Wolfe, la mia grande passione letteraria degli ultimi mesi”, Bennasib sfodera la genewolfata suprema: droppa il colpo di scena sull’identità di Astolfo e praticamente tutta la lore del mondo rappresentandola in uno spettacolo di burattini e in un film al cinema, esattamente come fa Gene Wolfe con “Eschatology and Genesis” in “The Claw of The Conciliator”, e la bimba di Gene Wolfe che è in me non può che alzarsi in piedi e applaudire.

Il colpo di scena finale, poi, è in effetti molto bello, ben deliverato e lontano da quello che mi ero immaginato (ammetto di aver detto a Gemini che speravo che venisse fuori che c’erano di mezzo anche le teorie del complotto e si scoprisse che Astolfo in realtà era Kubrick, tra le mille teorie che ho formulato), ma se dovessi proprio proprio proprio fare un appunto, quello che succede “dopo” è tanto, e compresso in pochissime pagine mentre quasi quasi quasi meritava un libro a sè.

Sostanzialmente, però, sto rognando perché ne avrei voluto di più, perché tutto quello che succede prima è davvero una bomba: le nove virtù che affronta Astolfo sono tante, tutte perfettamente caratterizzate, tutte totalmente diverse tra loro e messe in ordine perfetto di follia crescente, di straniamento crescente, di livello del protagonista crescente, di livello di attaccamento nostro ad Astolfo crescente.

È difficile dilungarmi oltre senza spoilerare il colpo di scena nè le prove nè tutti gli altri dettagli costuiti con precisione certosina, per cui mi limiterò a concludere che non solo Bennasib ha fatto suoi molto bene tutti i tanti riferimenti che ha, da Ariosto a Miyazaki e a Gene Wolfe, ma ci ha messo anche moltissimo del suo, rendendo Astolfo un personaggio davvero clamoroso e scrivendo un libro magnifico, con buona pace del mio sopracciglio inarcato e degli altri mille fantasy italiani merdosi che il booktok vi spaccia come capolavori solo perché li ha scritti un amico dell’amico.

Cinque stelle su cinque.