Lo scorso novembre sono tornato a New York per lavoro, e di fianco al mio ufficio c’è uno dei miei posti preferiti di New York: Chelsea Market, e soprattutto la libreria di Chelsea Market.
Come direbbe un saggio, è “piccola ma carataristica”, e anche se è abbastanza turistica come tutto il resto di Chelsea Market e non è neanche nelle prime librerie della grande mela (al contrario di quella dove ho comprato QNTM) ci torno sempre volentieri in cerca di souvenir letterari.
Stavolta mi è capitato in mano uno di quei libro che dici “ok non posso assolutamente non comprarlo”: cosa fai, non compri il libro di Questlove che racconta la storia dell’hip-hop nel posto dove è nato l’hip-hop?

Che poi a me, lo sapete, l’hip-hop manco fa impazzire, o meglio, apprezzo alcune perle, ne riconosco il valore artistico, ma il mio cuore sta da un’altra parte.
La storia la so, abbastanza - credo - da dire se Questlove sta dicendo cazzate o no, non mi strappo i capelli a ogni nome che menziona, ma sono comunque curioso di sentire la sua versione, per quanto leggermente edulcorata, scoprirò poi, dal fatto che il libro lo ha scritto a titolo celebrativo per i primi, supposti, cinquant’anni di storia della doppia H, nel 2023.
Il problema, però, è quell’edulcorazione lì: nella prima metà del libro, diciamo sostanzialmente fino a quando sparano a Biggie e 2Pac, è tutto - giustamente - fighissimo, prima i grandi pionieri, sia quelli famosissimi che conosciamo tutti che diverse chicche nascoste ma doverose, poi golden age, Est contro Ovest che si spingono reciprocamente a dare il meglio di sè, Nas, picchi ripetuti di qualità e popolarità…e poi?
E poi, Questlove non lo dice apertamente, si nasconde dietro “eeeeeh sono io che sono diventato vecchio e poi il lavoro con Jimmy Fallon mi porta via troppo tempo e non riesco più a stare dietro alle novità”, ripetuto mille volte, ma la verità, a mio avviso, è ben diversa: lui non lo può dire, non in un libro celebrativo, ma a cavallo del millennio l’hip-hop, e la musica tutta, sono cambiati radicalmente.
Non è stato un fattore solo: circoscrivendo l’analisi all’hip-hop potremmo dire che il fatto che a prendere le redini di tutto siano stati prima un criminale conclamato già allora, e che poi verrà fuori vent’anni dopo faceva ancora più schifo di quanto pensassimo (Puff Daddy, P. Diddy, il tizio delle bottiglie dell’olio Johnson’s, insomma, quello) e poi uno psicopatico grave (Kanye), lasciando agli altri, per quanto bravi (pochi), le briciole poteva essere sufficiente a far capire che il circo era ormai troppo grosso per continuare a mantenere gli standard qualitativi che aveva avuto nella metà precedente della storia, ma è comunque vero che nel mondo, e nella musica, due tre cose a cavallo del millennio sono successe.
È successo lo streaming, per dirne una, è successa la globalizzazione, è successo l'11 settembre, sono successi un sacco di smottamenti, ma più di tutto è successo quello che ti auguri che succeda sempre al tuo movimento culturale preferito e poi quando succede ti rendi conto che era meglio evitare: è diventato la cultura dominante.
Questlove ci prova, a dirlo, nel capitolo finale, quando si augura che tra altri cinquant’anni ci saranno ancora dei rivoluzionari che campionano pezzi di altre canzoni e ci sputano sopra parole in rima, ma quello che non può dire è che sono almeno venticinque anni che quelli che fanno sta roba sono tutto meno che rivoluzionari.
Morale, a Questlove si vuole bene sempre, ancor più perché l’amore che trasmette nel libro è sincero, genuino e immenso, ma nonostante il contesto lo obblighi diciamoci la verità: questo libro è un bel po’ paraculo, soprattutto nella seconda metà.
Due stelle su cinque.