Robert Jackson Bennett - Locklands

Dopo il doppio Gene Wolfe consecutivo avevo bisogno di qualcosa di più leggero, di più semplice e soprattutto di conclusivo, volevo qualcosa che mi desse una sensazione di chiusura anziché farmi capire di essermi gettato volontariamente in un ginepraio senza uscita.

Dato che ero a due terzi della Founders trilogy di RJ Bennett, e che il primo mi era piaciuto tantissimo e il secondo più no che sì, ma che si tratta comunque di fantasy relativamente leggero e comunque ben scritto, e che avrei comunque letto in italiano, mi sono detto “dai chiudiamo questo filone aperto”, immaginando il sollievo che mi avrebbe dato essermi “tolto” una serie aperta dalla cantina dei libri.

Certo, visto Shorefall le mie aspettative erano bassine, e infatti mi sento di confermare che non doveva essere una trilogia ma Foundryside era più che sufficiente, ma più in dettaglio, com’è Locklands?

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Parte proprio male.

Fa un salto temporale di otto anni dal finale di Shorefall, che in teoria è anche figo, perché il mondo è cambiato, c’è una guerra in corso contro un’entità sovrannaturale e imperscrutabile e i protagonisti hanno dovuto adattarsi e cambiare di molto il proprio stile di vita, per cui la partenza è ex abrupto in mezzo al degenero - figo - ma hanno anche cambiato davvero molto il proprio modo di fare, tanto che la protagonista che nel primo libro era sostanzialmente una nerd con gli occhiali che studiava il sistema magico del mondo all’inizio del terzo è sostanzialmente un supersoldato: perché? Perché serviva e RJ Bennett ha deciso così, non fare domande.

L’altra protagonista, che invece è una ladra superskillata, non tanto esperta tecnologicamente (nel sistema magico qui magia e tecnologia sono sostanzialmente la stessa cosa) ma molto scaltra, è diventata una vecchia che sta in disparte: perchè? Perché serviva per bilanciare la sua compagna, e comunque ho detto di non fare domande.

Insomma, nel primo terzo di libro ci sono diverse cose che succedono perché devono, personaggi con una plot armor scandalosa e personaggi che invece è chiaro che creperanno malamend dalla prima frase che pronunciano perché serve dare un trauma al resto della crew, battaglie e scene d’azione anche raccontate bene, ma con un esito più scontato dei saldi a fine stagione.

“Che merda”, direte, “ma poi migliora, vero?”

Insomma.

Migliora, in parte, quando l’altro dei protagonisti ancora in vita, quello che è letteralmente una chiave, inizia ad avere dei flashback del suo passato, che è l’unica parte interessante nel senso letterale del termine, l’unica parte che ti fa venire voglia di sapere come va avanti, anche perché è l’unica in cui non è clamorosamente evidente.

Il resto invece procede esattamente come da copione: il villain terrificante del secondo libro si redime perché, come in Dragon Ball, il villain di adesso è più forte e serve il suo aiuto, e ovviamente alla fine si riappacifica, dopo essere stato sconfitto, con suo padre (il tizio chiave), vincono i buoni, tutti felici e contenti.

Fortunatamente, una volta finita la battaglia finale, c’è un capitolo di quattro-cinque pagine che da solo vale il prezzo del biglietto, che da solo fa più analisi politica e sociologica di tutto il resto del libro e da solo, assieme ai ringraziamenti dell’autore alla fine, spiega davvero di cosa volesse parlare RJ Bennett: ora, questo davvero bello, non lo nego, ma le seicentocinquanta pagine prima non proprio.

Tre stelle su cinque perché era comunque il libro di cui avevo bisogno in questo momento.