Adoro il book club dei miei amici dell’Internet perché mi fa uscire spesso e volentieri dalla mia comfort zone letteraria, “costringendomi” a leggere libri che non leggerei mai spontaneamente e che anzi, all’epoca avevo evitato accuratamente perché overhyped, esattamente come ora evito Dungeon Crawler Carl che madonna mia sembra che non esistano altri libri basta mollatemi cazzo.
Questa volta toccava ad Alessio scegliere, e ad Alessio voglio così bene che se la sua scelta fosse stata l’elenco del telefono della provincia di Barletta-Andria-Trani l’avrei letto volentieri lo stesso, e gli voglio bene anche se, o forse anche perché, la sua scelta è stata un libro che mi ha fatto abbondantemente cagare, appunto perché mi fa uscire dal mio guscio e scoprire il mondo là fuori.

Non è stata soltanto la questione stilistica di cui parla Marco a farmelo detestare, però, per quanto condivida appieno quello che dice lui: a ogni stracazzo di pagina c’è un ammiccamento, un flex, una parola inventata che non aggiunge niente di niente di niente di niente alla storia se non un sottotesto non solo di “oh, guarda come sono bravo”, che già sarebbe sufficiente per gli insulti, ma anche di “oh guarda come sono creativo-alternativo-specialissimo-bizzarrone” che cozza malamente con il messaggio di fondo del libro intero - ed è proprio in quel messaggio di fondo che nasce il mio disgusto.
Di quanto io e il fantastico, in senso molto lato, italiano non ci prendiamo proprio ho già scritto in lungo e in largo e non starò a ripeterlo: mi limiterò a ribadire che una delle caratteristiche principali che proprio non riesco a farmi andare giu della maggior parte della letteratura italiana è l’assoluto evitamento delle storie ad ampio respiro, la glorificazione della dimensione piccola, provinciale, ridotta, che produce nella maggior parte dei casi un inevitabile “effetto Don Matteo” per cui ah signora mia come sono belle le nostre storie del borgo di cinque abitanti, ce le abbiamo solo noi ma sono la cosa più bella del mondo e ce le invidiano tutti come la pizza, il mandolino, i salumi stagionati nella cantina della vicina di casa e un buon bicchiere di vino con l’etanolo pigiato dai piedi lerci di zio Antonio, di cos’altro potrai mai avere bisogno quando hai tutte queste meraviglie?
Ecco, Stefano Benni è il king assoluto di questo atteggiamento, sta al provincialismo e allo sguardo rivolto mai oltre i cinque centimetri dal proprio ombelico come Tolkien sta al fantasy, come Shakespeare al teatro inglese.
L’apice di questo assoluto rigetto per una complessità maggiore di “due vecchi del paese si sfidano a gara di insulti”, e la più grossa dichiarazione di intenti di tutto il libro, lo raggiunge nel racconto in cui a un tizio si rompe la macchina e finisce nel maniero oscuro di un signore del luogo, classico incipit da horror, e il tizio in questione è un suo ex compagno di classe forse vampiro forse indemoniato forse posseduto sicuramente interessato ad andare “oltre”, tant’è che già ai tempi della scuola era una cattiva compagnia.
Nel suo maniero ci sono suoni spaventosi e una porta da non aprire mai, e lui è descritto come ancora più vampiro, e il protagonista ovviamente apre la porta da non aprire mai…per trovare la moglie e i figli con la televisione accesa che gli svelano - colpo di scena - che il suo vecchio compagno di scuola è un tranquillissimo avvocatino di provincia, perché che cazzo ce ne frega a noi del soprannaturale della fuga da scuola della scoperta, alla fine si sta così bene qui nel paesino.
Impazzisco.
Forse sono io, eh: forse ha ragione Benni a dire che è inevitabile che finiamo tutti così, che in realtà nessuno di noi risolverà mai problemi davvero complessi e che la nostra vera dimensione, quella con cui ci confrontiamo tutti i giorni è quella banale, piccola e limitata delle storie che racconta la gente al bar del paese, e a me fa incazzare realizzare che ha ragione, o forse no.
Forse è proprio stronzo lui a rifuggire la complessità, a non porsi mai nessun problema più difficile di “a questa tizia del paesino piace questo tizio ma a lui piace un’altra a cui però piace un altro tizio ma lui è gay, che fatto simpatico”, e più stronzo ancora chi, all’epoca e ora, pensa che questa sia grande letteratura, o anche solo letteratura: la mia è sicuramente un’iperbole, sicuramente esagero come mi ha detto Marco su Whatsapp, ma sta di fatto che a furia di fuggire dalla complessità e a bearci del nostro essere banali provinciali limitati piccini ci siamo ritrovati Di Maio ministro degli esteri e Vannacci possibile prossimo premier.
Ora, io non voglio dire che sia tutta colpa di Stefano Benni, magari lui è solo un sintomo, un bravo mestierante della scrittura capace di catturare nei suoi libri un bisogno di fuga dalla complessità che esisteva già indipendentemente da lui, però a me leggerlo ha fatto comunque girare le palle.
Una stella su cinque perché perlomeno è corto.