Valerio Mattioli - Novanta

Non sapevo nulla di questo libro, finché non ne ho letto le lodi sulla mia testata giornalistica musicale prefe (che casualmente è quella dove ho scritto pure io per anni e dove ogni tanto ancora scrivo), ma appena letto quel post lì mi sono fiondato a comprarlo e l’ho messo immediatamente in cima alla mia cantina dei libri, perché l’argomento era troppo ghiotto per aspettare.

Avevo aspettative sbagliate, forse: nella fretta e nell’entusiasmo mi aspettavo un’analisi di tutta la musica degli anni della mia preadolescenza e adolescenza, trascurando che non ne basterebbero dieci, di libri, per parlare di tutto.

E infatti Mattioli si concentra su un aspetto solo della cultura e della musica di quegli anni lì: quello antagonista e afferente ai centri sociali, di cui io, almeno negli anni novanta, non ho esperienza diretta, perché ero troppo piccino per andare da solo in quelli che per i miei genitori erano i peggio luoghi di perdizione sulla faccia della terra.

Ora, io sono d’accordo con quello che dice Damir, che è un libro necessario, e che raccontare quella storia lì, che io ho imparato dopo, da altri libri, dall’esperienza di alcuni dei nomi citati da Mattioli e dalla mia, successiva, quando poi sono stato di persona in posti come il Leoncavallo e il Cox 18, è fondamentale, ma c’è un però grosso come una casa.

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Il però è che Mattioli, unitamente al lavoro enorme di documentazione, studio, racconto e approfondimento, che è innegabile, fa un errore storico non da poco, immagino in assoluta buona fede: a leggere “Novanta”, l’impressione chiarissima che si ha è che al di fuori dei centri sociali, tra il 1989 e il 2001, non sia successo un cazzo di niente, se non giusto Berlusconi, che è così ingombrante che non si può fare a meno di menzionarlo e che comunque nell’attività “antagonista” (uso un termine impreciso per brevità) un ruolo non banale ce l’ha avuto, come nemico pubblico numero uno.

Ora, ci sta, Mattioli racconta la sua versione dei fatti, che è chiaramente legata a quell’area lì, e capisco anche che, come dicevo sopra, se si fosse messo a citare tutte le realtà di quel periodo anziché cinquecento e passa pagine avrebbe dovuto scriverne cinquemila, però a me forse sarebbe piaciuto leggere chiaro e tondo “oh, io vi racconto questa parte perché è la mia, è quella che conosco meglio e a cui sono più affezionato, ma sia chiaro che non è l’unica”, e invece non c’è nulla di tutto ciò; io lo so perché, anche se piccino, c’ero, ma se penso a un “giovane d’oggi” che legge “Novanta”, immagino sia facile pensare che davvero non sia successo nulla al di fuori dei centri sociali in quegli anni.

E non solo: immagino anche, leggendo “Novanta” con occhi un po’ meno smaliziati dei miei, che sia facile pensare che tutto quello che è successo sia stato perfetto, magnifico, imprescindibile e privo di ogni sorta di errore o pecca, quando ad esempio, una molto grossa e reiterata è menzionata giusto in mezza riga: a un certo punto, Mattioli dice “ah sì poi c’era anche un tal Frankie Hi-NRG che voleva fare il rap, ma la scena lo ha sfanculato perché non era politicamente impegnato e invece il rap era una cosa per militanti veri”.

Ora, al di là del fatto che Frankie a me politicamente impegnato lo sembra, eccome, è innegabile che negli anni ci sia stata una vera e propria appropriazione culturale di alcuni generi da parte di una scena apertamente militante, che ha reso prima il rap e poi - soprattutto - i suoni spezzati della jungle e della dnb una cosa politica, quando altrove di politico non avevano uno stracazzo di niente.

Nel caso del rap, la generazione successiva, quella dei Club Dogo per intenderci, è riuscita a slegare la musica dalla militanza politica, ma a me non è mai andato giù che nei miei anni giovanili l’unica offerta possibile di ritmi spezzettati a Milano fosse Aphrodite una volta l’anno e basta - parlo da uomo ferito, lo so, ma il gatekeeping che percepivo a 17-18-20 anni per cui la musica che mi piaceva era per forza associata a un solo contesto mi ha sempre dato al cazzo, e di tutto ciò non c’è traccia nel libro - magari è un problema solo mio, boh.

Nonostante questo, però, sono d’accordissimo con Damir quando dice che è un libro fondamentale, che è giusto e indispensabile che ci sia e che, nella sua nicchia è davvero molto approfondito e omnicomprensivo (a tratti pure troppo: verso la fine ci sono alcuni capitoli che danno chiaramente l’idea di “ok di questi ho dovuto parlare per forza se no si offendevano”): però parla, appunto, di una nicchia, e, soprattutto, non lo dice.

Nel mulino che vorrei ci sarebbe un libro così per ognuna delle centomila nicchie che ho abitato negli anni novanta, per quelle, come questa, che conosco indirettamente e non ho abitato, e anche per quelle che nemmeno conosco.

Tre stelle su cinque.